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Contratti, tensione Cgil-Confindustria

Autore: . Data: mercoledì, 1 ottobre 2008Commenti (0)

Iniziato il confronto (piuttosto astruso) sulla riforma del modello contrattuale. In gioco la difesa dei diritti e del potere d’acquisto dei salari.

Il dibattito politico si è arricchito nelle ultime settimane di un confronto che risulta, ai più, del tutto astruso. E’ il dibattito sulla riforma della “contrattazione”, vale a dire sulle regole del confronto tra le parti sociali.

La questione ha meritato una certa notorietà dopo che il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, è sbottato ieri respingendo in modo netto (nel corso del direttivo nazionale del suo sindacato) la proposta avanzata dalla Confindustria lo scorso 13 settembre.

In sintesi, le imprese guidate da Emma Marcegaglia chiedevano di ampliare il peso riservato al cosiddetto “secondo livello” (quello su base aziendale, che viene discusso tra le parti negli ultimi due anni del quadriennio contrattuale) in un nuovo sistema che dovrebbe prevedere i rinnovi contrattuali ogni tre anni. Peraltro, nello schema confindustriale, gli aumenti salariali sarebbero in futuro riferiti a un nuovo indice revisionale, anche questo su base triennale, che si applicherebbe a un valore retributivo medio preso come riferimento in ogni contratto (indice composto dai minimi tabellari, dal valore medio degli scatti di anzianità e dalle indennità).

In questo modo si andrebbe a superare il tasso di inflazione programmata, il tasso introdotto con gli accordi di concertazione del luglio 1993 a cui si affianca il tasso di inflazione reale (in linea teorica a fine anno i lavoratori avrebbero diritto a recuperare lo scarto tra le due percentuali: in realtà molto spesso il sindacato non riesce ad imporre alla controparte il recupero salariale). La terza proposta di Confindustria riguardava l’introduzione di un “elemento di garanzia salariale” a beneficio esclusivo dei dipendenti delle aziende che non hanno la forza di contrattare alcunché a livello aziendale. Infine, le aziende rivendicavano l’imposizione della “tregua sindacale” di sette mesi durante i negoziati, con sanzioni per chi dovesse violare la norma.

Epifani ha bocciato il documento proposto dalle imprese, definendolo “non coerente” rispetto alla piattaforma sindacale unitaria precedentemente presentata e, quindi, “inadeguato” in quanto “non allarga né innova la contrattazione di secondo livello, ma sovraccarica di regole e norme il contratto nazionale”.





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