Cgil, Confindustria e favole
In queste ore si consuma la rottura definitiva dell’unità sindacale e si afferma un modello demagogico e medioevale, che cerca ‘collaborazione’ tra chi guadagna mille euro al mese e chi ne prende almeno ventimila. La discussione tra sindacati e Confindustria mostra la prepotenza del modello ‘efficientista’. Chi non si adatta alla ‘modernità ’ senz’anima è considerato un fantasma del passato.
Nella lunga trattativa tra le organizzazioni dei lavoratori e gli imprenditori si è raggiunto un livello di chiarezza sullo stato del Paese che ha pochi precedenti.
Una delle questioni al centro della discussione gli assetti contrattuali, nazionali ed aziendali. La volontà degli imprenditori e di trovare un nuovo modello contrattuale, facendo scomparire i contratti di lavoro nazionale per passare a quelli aziendali, legando i salari alla produttività e introducendo una disparità di trattamento tra azienda ed azienda, facendo venir meno qualunque ipotesi di modello generale valido per tutti.
Ora, per ordine, le diverse dichiarazioni dei protagonisti.
Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria: “Abbiamo fatto dei passi avanti molto importanti sulle regole e sui salari e non abbiamo più margini”. La presidente ritiene che la Cgil (contraria al cambiamento del modello contrattuale “chiede un ritorno alla scala mobile e questo è inaccettabile: non esiste in nessuna parte d’Europa. Non sarebbe accettato dalla Bce e da Bankitalia e ci porterebbe fuori dall’Ue e noi non vogliamo uscire dall’Europa. Pertanto non è possibile accettare ciò che dice la Cgil”.
Epifani, colpito nell’orgoglio replica: “E’ un’accusa del tutto fuoriluogo e anche ridicola. Ricordo a Emma Marcegaglia che nell’84 io mi battevo contro gli effetti perversi della scala mobile. Era poco più di una bambina, quindi non può ricordare, altrimenti non avrebbe detto quelle cose”
Il leader della Cgil è contrario alla volontà di Confindustria perché “abbasserebbe la base retributiva sulla quale calcolare gli incrementi a livello nazionale”. A Cisl e Uil (d’accordo con Confindustria) fa notare che potrebbe esserci “una sottovalutazione delle conseguenze sulle dinamiche retributive”.
Epifani Aggiunge: “Non so cosa accadrà ,- io non pongo nè veti nè ultimatum. Né intendo accettarli. E’ bene che ciascuno rifletta sulle proprie scelte”. Alla Marcegaglia dice: “Perché sottoporre a una nuova lacerazione il Paese in un momento di difficolta?”.
Luigi Angeletti, leader della Uil riflette: “C’è un ritardo culturale profondo. La Cgil pensa che il salario sia il risultato della lotta sociale e non la remunerazione di un lavoro. Il modello contrattuale individuato con Confindustria è migliore di quello del 1993 e più vantaggioso per i lavoratori. I veti sono un problema di chi li subisce”.
Angeletti è d’accordo con la creazione di due livelli contrattuali (nazionale e aziendale) e al fatto che l’indice di inflazione programmata (già adesso sganciata dal reale potere di acquisto) sia sostituito con “un indice previsivo di tre anni, stabilito da un ente esterno, non inflazionistico e depurato dall’inflazione importata dei prodotti petroliferi”.
Secondo Angeletti la Cgil dimostra che il sindacato ”persegue la vecchia logica della scala mobile”.
Il leader della Uil non è preoccupato della rottura dell’unità sindacale: “Pochi mesi fa è stato firmato il contratto del commercio senza la Cgil e non se n’è accorto nessuno. Due contratti dei metalmeccanici sono stati siglati senza la Fiom, e le imprese hanno continuato a produrre e ad essere competitive”.
Angeletti guarda ad un’Italia fantasiosa, dove gli impreditori discutono con i sindacati per pagare stipendi più alti, nella quale non conta la competitività del prodotto e, quindi la capacità degli industriali ad investire in sviluppo e tecnologia, per conquistare mercati e competere sui prezzi, ma il collegamento tra produttività e salario, come avviene (per estremizzare) nei laboratori asiatici, dove se ti impegni per dodici ore al giorno guadagni di più.
Tuttavia, Angeletti è un uomo ‘moderno’.
Raffaele Bonanni, leader della Cisl ha detto: “Firmo le cose che condivido e condivido il testo elaborato con la Marcegaglia, eventualmente ci sarebbe un solo soggetto che non firmerebbe. Il solito”.
Il capo della Cisl è contento di sganciarsi dall’inflazione programmata ”che ci permette di sottrarci dall’indice imposto dal governo in modo sbagliato. Non sono disposto ad accettare diktat da nessuno. Farò di tutto per fare l’accordo e spero che anche la Cgil si ravveda: non è né l’alfa né l’omega del sindacalismo italiano”.
Bonanni, dopo essere stato uno dei protagonisti del fallimento della trattativa tra Air France-Klm e Alitalia, aver firmato il contratto con Cai, drammatico per i lavoratori ed onerosissimo per i cittadini (migliaia di licenziamenti e almeno un miliardo di euro a carico dello Stato. Con i franco-olandesi gli ‘esuberi’ sarebbero stati un terzo ed i debiti a carico dell’acquirente d’oltralpe), aggiunge: “Il punto è decidere quale deve essere il futuro del nostro Paese in un momento grave per l’economia internazionale”.
Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria dice della Cgil: ”Ha rotto la trattativa sulla riforma del modello contrattuale prima di sapere le nostre risposte: questo la dice lunga sul fatto che non c’era nessuna buona volontà di risolvere il problema”.
Il rappresentate degli imprenditori è seccato per i troppo no della Cgil: “Il linguaggio del non fare è un sistema per conservare situazioni che non sono più adeguate al mondo moderno industriale. La globalità rende obbligatorio avere dei rapporti diversi. Noi oggi usiamo regole del ’93, vecchie di 15 anni, il mondo è radicalmente cambiato e c’è bisogno di relazioni molto piu’ moderne. L’obiettivo è trasformare un rapporto conflittuale in collaborativo”.
Confindustria, secondo Bombassei, non vuole togliere nulla ai lavoratori, ma si propone due obiettivi: “Ammodernare il sistema” e “mettere più soldi in busta paga”. E’ vero, ha tuttavia sottolineato che “se ci confrontiamo con la Francia o la Germania i nostri salari sono più bassi”.
I ritardi ricordati da Bombassei non tengono conto della distruzione della chimica italiana, dell’industria elettronica, di quella meccanica. Della cessione degli asset nelle telecomunicazioni, nell’inesistenza di ricerca nel digitale, dell’affermazione di rapporti di lavoro di puro sfruttamento, tra part time, contratti a termine, sottomansionamento, straordinari non riconosciuti, precarietà .
In una società civile gli imprenditori costruiscono le aziende si assumono i ‘rischi di impresa’, i lavoratori cercano di ‘espugnare’ condizioni migliori. L’idea della ‘collaborazione’, invenzione di una modernità ‘furba e medioevale’, confonde i termini generali della questione.
Le differenze non di ‘classe’, ma di ‘qualità della vita’ si notano in Italia quando di prova a paragonare l’entrata ad un convegno con quella in una fabbrica. I ‘signori’ preoccupati ed illuminati arrivano con grosse macchine, vestiti costosi, sorridenti e appagati. I ‘cafoni’ entrano in azienda preoccupati, già stanchi, non più in grado di arrivare alla terza settimana del mese, con le tasse scolastiche dei figli sulle spalle, affitti da capogiro, un mutuo lievitato come un panettone.
L’industriale che fino ad oggi ancora non ha mostrato di sapersi adeguare ai mercati ‘moderni’, chiede al lavoratore di accettare ‘la complessità ’ contemporanea.
Epifani, poi, pur nel suo tentativo vago tentativo di opporsi al dilagare di una demagogia pericolosa ed inesistente nel resto del mondo sviluppato, infine, dimentica che la battaglia per la scala mobile fu voluta dall’ultimo politico italiano convinto della necessità di affermare il primato della morale, Enrico Berlinguer. Se non ricordiamo male, nell’84, il segretario della Cgil era iscritto al partito comunista, di cui il politico sardo era il leader ed il Pci volle un referendum.
Un altro che si è riscritto la vita. L’elenco è infinito.


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