Università, un’altra petizione
Centinaia di professori contestano i tagli del governo. Un altro accorato appello per “tu inviato”
Come talvolta accade in vicende che interessano lo sviluppo di popoli e nazioni, è tra l’inconsapevolezza di tutti o quasi che in questi mesi nel nostro Paese si stanno sviluppando eventi che ne definiscono, fin d’ora e in modo sostanziale, il destino nei decenni a venire. Nella fattispecie, alcuni recenti provvedimenti di legge imporranno all’Università italiana forti limitazioni al ricambio del corpo docente e al budget, tali da mettere gravemente a rischio la produttività o addirittura l’esistenza stessa di molti Atenei.
Infatti, da più parti è stato valutato che mentre quasi la metà del corpo docente si pensionerà entro cinque anni, il ricambio possibil per legge sarà pari a una nuova assunzione ogni cinque (o forse otto)
pensionamenti fino al 2011, e una ogni due dopo quella data. A ciò si aggiunga una progressiva e inesorabile decurtazione dei fondi destinati alle attività didattiche e di formazione attraverso la ricerca. È comprensibile che nell’attuale frangente storico il nostro Paese debba ridurre la spesa pubblica, ma è paradossale che l’Università venga colpita in modo del tutto indiscriminato da tali provvedimenti, quindi senza entrare minimamente nel merito delle specifiche situazioni, considerando, per esempio, le reali consistenze degli organici o la qualità scientifica e didttica di Atenei e gruppi di ricerca. È un dato di immediata evidenza che
questo “sparare nel mucchio” non potrà che devastare quanto di buono esiste nel nostro Paese nell’ambito scientifico e della formazione, che è molto di più di quanto la sensibilità comune non percepisca, come del resto non sarebbe difficile documentare attraverso una seria analisi della situazione commissionata ad una istituzione straniera o internazionale.
È fuor di dubbio che alcuni ambiti del mondo accademico italiano abbiano, purtroppo, ingenti responsabilità nell’avere accreditato un’immagine negativa di tutta la nostra Università. Ma è preciso compito di chi governa l’impegno di potenziare ciò che c’è di valido e, viceversa, penalizzare realtà statiche o addirittura parassitarie. Sottrarsi a questo compito equivale a derogare al compito di promuovere il bene comune, che è l’essenza stessa del governare.
La facoltà offerta agli Atenei di trasformarsi in fondazioni potrebbe rappresentare un’interessante via d’uscita, ma in mancanza di qualsiasi sperimentazione preliminare non esiste al momento nessuna certezza
che un tale provvedimento possa sopperire alla drammatica riduzione delle risorse a cui essi verranno destinati. Ciò è tanto più vero in considerazione dei vincoli che il provvedimento legislativo prevede per le
fondazioni medesime, e i cui effetti paralizzanti sono già stati chiaramente illustrati da taluni in sede parlamentare. Inoltre, la gestione attraverso fondazioni presenterebbe problematiche ben diverse per Atenei
grandi o piccoli, come pure nelle diverse aree del Paese.
Alquanto ironicamente, proprio pochi giorni fa è apparso sulle pagine del Corriere della Sera un articolo di Carl Schramm, uno dei più autorevoli esperti di impresa americani, il quale rimarcava che la competizione degli Stati Uniti verso le grandi potenze economiche emergenti (Cina e India, in particolare) sarà vinta o persa, pena il declino del Paese, in dipendenza dalla capacità di formare e trattenere in patria una classe sempre più numerosa e preparata di scienziati e ricercatori. È a dir poco inquietante che chi ci governa dimostri, almeno in apparenza, una totale inconsapevolezza del fatto che l’Italia non faccia eccezione a questa regola, e che, pertanto, il potenziamento (strategico) dello sviluppo scientifico e tecnologico rappresenti anche per noi una questione di vita o di morte, e che da esso dipendano inesorabilmente le condizioni materiali che il futuro ci riserva. Chi ha deciso che la nostra Università debba essere sostanzialmente ridimensionata, dovrebbe spiegare come sarà possibile negli anni a venire formare una classe preparata – e sufficientemente numerosa – di medici, ingegneri, biotecnologi, esperti d’impresa, solo per fare alcuni esempi tra i molti possibili, quando si sarà persa la maggior parte delle scuole di eccellenza in questi campi.
Come in un triste “déjà vu”, quando fra una ventina d’anni, o anche meno, il disastro sarà sotto gli occhi di tutti – e naturalmente i responsabili non potranno più risponderne – si tenterà affannosamente di correre ai ripari. Ma per la ricostruzione di scuole scientifiche e know-how tecnologici devastati o annientati non basterà una decina d’anni. Se saremo fortunati, dovremo aspettare oltre il 2050 per riavere ciò che oggi viene sottratto alla formazione dei giovani e quindi al futuro del Paese.
Paolo Tortora (Professore Ordinario di Biochimica, Università degli Studi di Milano-Bicocca)
Martino Bolognesi (Professore Ordinario di Biochimica, Università degli Studi di Milano)
Giovanni Dehò (Professore Ordinario di Microbiologia generale, Università degli Studi di Milano)
Maria Antonietta Vanoni (Professore Ordinario di Biochimica, Università degli Studi di Milano)
Per aderire alla petizione scrivere a paolo.tortora@unimib.it
Al testo sopra riportato hanno dato la propria adesione 130 Professori Ordinari (tra cui 3 Presidi di Facoltà, oltre 10 Direttori di Dipartimento, 11 Accademici dei Lincei, 6 Professori emeriti); 80 Professori
Associati; 86 Ricercatori;oltre dieci assegnisti di ricerca (post-doc), dottorandi e laureandi.


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