cronaca

I fatti senza distorsioni, opinioni o interpretazioni. Spesso la realtà è differente da come viene raccontata dai media.

esteri

Il mondo è un illustre sconosciuto e il Sud del pianeta è quasi del tutto ignorato. E molte cose sono diverse da come appaiono.

politica

In Italia ormai il Palazzo e la società civile sono pianeti separati. Si deve cercare di restituire ai cittadini trasparenza.

tu inviato

Gli articoli scritti dai cittadini e pubblicati dal nostro giornale. La libera informazione è libertà di espressione.

vivere

Diritti civili, convivenza pacifica, cultura, arte, spettacolo, salute, ambiente, sport, tecnologie, cucina: sono il cuore del millennio.

Home » tu inviato
Regola la dimensione del carattere: A A

Un passaggio sofferto

Autore: admin. Data: giovedì, 18 settembre 2008Commenti (0)

Inizia con questo primo articolo la rubrica di un giovane palestinese dalla Cisgiordania. Vita quotidiana sotto l’occupazione israeliana. Nella prima puntata il rocambolesco viaggio di ritorno da Amman alla Palestina

Alle 5 di un giovedì mattina, il mio amico e io ci svegliamo in un albergo nel cuore di Amman, la capitale della Giordania, per prepararci al lungo viaggio di ritorno ai territori occupati da Israele nella Cisgiordania palestinese. Usciti dall’albergo, aspettiamo il taxi che ci deve portare al valico di Al-Karameh, noto anche come ponte Re Hussein dai giordani e ponte Allenby dagli israeliani: è considerato l’unica via di uscita dei palestinesi verso il mondo esterno.

Anche se la frontiera giordana apre alle 8.30, noi siamo lì alle 6 del mattino, come tanti altri viaggiatori palestinesi che aspettano l’apertura del valico giordano per poter raggiungere al più presto il checkpoint israeliano. Il traffico è bloccato e la gente comincia ad annoiarsi: alcuni stanno ancora dormendo nei taxi e sulle automobili; nel frattempo si è alzato il sole, che con i suoi raggi roventi peggiora la situazione. Alle 8 del mattino arriva la polizia giordana per ristabilire l’ordine. Aspettiamo circa un’ora e mezzo, prima che arrivi il nostro turno di varcare la soglia del valico di frontiera giordano. Scarichiamo il più in fretta possibile i bagagli dal taxi ed entriamo nell’edificio per i viaggiatori in uscita, dove compriamo i biglietti dell’autobus e ultimiamo le procedure di controllo dei passaporti e degli altri documenti di viaggio.

Alle 10 lasciamo il valico giordano, e saliamo sull’autobus che ci porterà dall’altra parte di Al-Karameh, ai posti di controllo israeliani. Dieci minuti dopo arriviamo al primo checkpoint, a circa trecento metri da quello principale. L’autista ci dice di prepararci per il primo controllo dei passaporti e degli altri documenti di viaggio, più ispezione dell’autobus. Dopo dieci minuti di attesa scendiamo dal pullman. Quindi risaliamo e proseguiamo verso il posto di controllo israeliano principale: l’ispezione arrivi. L’autobus resta fermo davanti all’ingresso del checkpoint, insieme ad altri due pullman, per più di un’ora. Nel frattempo alcuni bambini e neonati si addormentano in braccio ai genitori e nel corridoio, altri si mettono a piangere. Qualche bimbo ha sete, così ci dividiamo l’acqua in bottiglia che abbiamo. Altri vorrebbero scendere dal pullman, ma l’autista non lo consente perché non è permesso e ci andrebbero di mezzo tutti i passeggeri. A parte questo, è decisamente meglio restare a bordo, considerando i torridi raggi solari in un posto vicino al mar Morto, che come si sa è il punto più basso della terra e arriva fino a 409 metri sotto il livello del mare.

Passato un po’ di tempo e arrivati altri autobus, i soldati israeliani ci prestano finalmente attenzione e aprono il cancello: il nostro viaggio di sofferenza è appena cominciato.
Io scendo dal pullman e riesco faticosamente a consegnare il mio bagaglio e il passaporto agli addetti, perché siano vidimati e contrassegnati con lo stesso numero per sapere a chi appartiene ogni singolo collo, ai fini dell’ispezione. Quando il passaporto mi viene restituito con il numero timbrato, vado nella zona dove si procede alla perquisizione personale e con rilevatori di oggetti metallici. Entrando scorgo decine di viaggiatori con bambini disposti in fila in corrispondenza di due metaldetector molto sensibili. Ricordo una giovane donna e due bambini che furono accompagnati in uno stanzino da un’agente donna israeliana, perché per varie volte non erano riusciti a superare il metaldetector. Dopo venti minuti di attesa, riesco a passare al secondo tentativo. Poi un agente di sicurezza israeliano mi chiede di sottopormi a un altro controllo; la persona deve fermarsi al centro di una macchina. All’inizio non avevo capito a che cosa servisse, poi mi è stato spiegato che si tratta di un pericoloso dispositivo che radiografa il corpo umano.
Una volta passato attraverso quelle due macchine, seguo il mio amico che mi aveva preceduto. Arrivo nella sala per il controllo dei passaporti e degli altri documenti di viaggio, dove resto sbigottito dalla folla che trovo. Ci sono più di cento persone in fila davanti a cinque sportelli, più altra gente seduta sulle sedie.

Aspetto più di un’ora prima di arrivare agli agenti di sicurezza israeliana seduti dietro a un vetro. Consegno il passaporto e la carta d’identità. Dopo avere controllato il nome e il numero della carta d’identità, l’agente mi restituisce la carta d’identità dicendomi di aspettare finché non verrà chiamato il mio nome. Non mi resta che attendere, così torno indietro e mi unisco alle altre persone cui è stato detto di aspettare. Per lo più siamo uomini giovani e ragazzi, ma ci sono anche alcune donne e qualche anziano. Sappiamo già che i nostri passaporti sono stati mandati al dipartimento investigativo per ulteriori controlli. Ogni trenta minuti circa arriva un agente di sicurezza israeliana con cinque passaporti in mano: non li riconsegna ai proprietari ma accompagna questi ultimi al dipartimento investigativo per almeno un colloquio. A mano a mano che passa il tempo, la sala è sempre più affollata: i viaggiatori che arrivano superano quelli che se ne vanno. La gente è stanca, annoiata, esausta. Alcuni vorrebbero non essere neanche arrivati fin lì. Ricordo degli anziani, uomini e donne, che imploravano e supplicavano gli agenti di sicurezza ogni volta che si avvicinavano, perché facessero passare loro o uno dei loro figli il più presto possibile. Il posto diventa molto rumoroso, per via degli strilli e dei pianti dei bambini.

Alla fine, dopo oltre quattro ore di attesa, un agente di sicurezza israeliano del dipartimento investigativo, vestito in abiti civili, chiama cinque nomi, tra cui il mio. Lo seguiamo negli uffici, dove ci sono due ragazzi e una donna seduti nel corridoio. I due ragazzi hanno un’espressione molto preoccupata e la donna è pallida, con gli occhi arrossati, le lacrime solcano le sue guance; probabilmente è molto tempo che aspetta. Dopo cinque minuti, lo stesso agente della security ritorna e mi dice di seguirlo nell’ufficio dell’ispettore, che siede dietro una bella scrivania. Questi mi accoglie con un ampio sorriso che gli copre tutta la faccia dicendo che sono “un ragazzo garbato e gentile”, e mi fa qualche domanda personale, tipo se ho un lavoro o se possiedo un telefono cellulare, poi mi restituisce il passaporto e mi dice che posso andare. Il colloquio non dura più di cinque minuti.
Penso che sono stato fortunato, visto che altri devono aspettare molto più a lungo nel dipartimento investigativo e rispondere a tante domande, e a volte si vedono negato il permesso di continuare il viaggio verso casa e magari vengono anche arrestati. A quel punto vado a recuperare il mio bagaglio in mezzo a una montagna di borse e valigie. Poi esco dall’edificio degli arrivi e trovo il mio amico che mi aspetta insieme ad altri in attesa di parenti e amici.

La prossima tappa del nostro viaggio consiste nell’oltrepassare la parte palestinese del valico di frontiera, e ce la caviamo in meno di mezz’ora. Dopo avere acquistato i biglietti dell’autobus, saliamo a bordo. I passeggeri sono esausti. Alcune donne stanno anche piangendo: qualcuno della loro famiglia deve essere stato arrestato. Da parte mia sono felice di avere finalmente superato la frontiera israeliana, dimenticando quello che dovrò affrontare nel corso del mio viaggio di ritorno a casa.

Sembra un po’ paradossale che in arabo al-Karameh significhi “onore”, perché questo valico non ha niente a che fare con l’onore e la dignità. Quello che i palestinesi subiscono e sopportano al valico di Al-Karameh è incomprensibile e ingiustificabile. È la prima volta da quattro anni che esco dai territori palestinesi occupati da Israele, e mi è stato detto che adesso è molto più semplice rispetto a due anni fa. Avrei potuto arrivare a casa almeno cinque ore prima, ma per via di ritardi ingiustificati, lunghe soste, rimandi, oltre all’indifferenza e alle lungaggini degli impiegati e dei soldati israeliani al valico di frontiera, quel giorno sono arrivato tardissimo.
Il passaggio attraverso il valico di Al-Karameh è solo un esempio delle attuali condizioni di vita dei palestinesi. In questo resoconto ho cercato di mettere in luce una delle molte sofferenze che noi, come palestinesi, affrontiamo nella vita di tutti i giorni: la lunga occupazione dei territori palestinesi, con più di cinquecento valichi di frontiera nel West Bank, la costruzione di nuovi insediamenti e l’espansione di quelli esistenti, la continua distruzione dell’infrastruttura palestinese, con l’annessione di sempre nuove terre in Cisgiordania, e non ultimo la costruzione del muro dell’apartheid, che fino a oggi ha portato all’esproprio di oltre il 45% del territorio cisgiordano.

Il Palestinese

Traduzione dall’inglese di Giusy Valent

Stampa articolo (o crea PDF)
Fai una donazione a InviatoSpeciale
Condividi o invia per e-mail


Articoli correlati

Informativa

Lascia un commento

Usa il modulo sottostante per commentare. Se sei già registrato, effettua il log-in. Puoi anche abbonarti ai commenti di questo articolo via RSS.

Tag HTML consentiti:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

InviatoSpeciale è un quotidiano on line di Informazione, Politica e Cultura, pubblicato dall'Associazione Onlus The GlobalvillageVoice,
registrato al Tribunale di Bari, numero 1273, del 24 aprile 2008