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Polveriera Bolivia

Autore: . Data: venerdì, 12 settembre 2008Commenti (0)

Mesi di braccio di ferro tra governatori delle province “ribelli” e governo sono infine sfociati in scontri per strada. Adesso il timore è che la situazione precipiti. E sullo sfondo il ritorno ingombrante di Washington.

Ha covato per mesi e ieri, alla fine, è esplosa. La polarizzazione politica della Bolivia, cercata e alimentata con toni da “guerra civile” dai governatori dei dipartimenti della cosiddetta “mezza luna” orientale (Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija), ha infine portato allo scontro diretto tra sostenitori del governo del presidente Evo Morales, l’indigeno e contadino andato al potere sbaragliando le oligarchie del paese, e i sostenitori armati della minoranza ricca che non intende perdere i propri privilegi.

Nel municipio di el Porvenir, a una manciata di chilometri da Cobija, il capoluogo della provincia settentrionale di Pando (al confine con l’Amazzonia brasiliana), almeno otto persone sono morte e una quarantina sono rimaste ferite negli scontri scoppiati tra contadini e le squadracce al soldo del governatore locale. E ora la violenza rischia di dilagare a macchia d’olio anche in altre zone del paese, trasformando un confronto politico in uno scontro sociale tra ricchi e poveri.

Secondo fonti locali, la tensione è iniziata ieri all’alba (il primo pomeriggio in Italia) alle porte di Cobija, quando un gruppo di uomini ha aperto il fuoco contro un corteo pacifico di contadini che voleva entrare in città per manifestare il proprio sostegno al presidente.

Cobija, infatti, da giorni è presidiata dai sostenitori del governatore di Pando che si oppone alla politica di redistribuzione sociale dei proventi della vendita del gas, finora finiti soprattutto nelle casse delle amministrazioni regionali.

L’imboscata tesa ai contadini ha incendiato la reazione. “Gruppi di campesinos stanno arrivando anche dalle zone circostanti se non interviene qualcuno la situazione rischia di sfuggire di mano” dice una fonte raggiunta telefonicamente a Cobija, aggiungendo che in città gli esercizi commerciali sono chiusi e la gente limita al minimo gli spostamenti.

Secondo fonti giornalistiche locali il bilancio finale delle vittime dei disordini potrebbe essere molto più grave alla fine delle proteste.

Ma quanto accaduto nel remoto distretto boliviano va inserito in un quadro più complesso nel quale vengono chiamati in causa anche settori dell’attuale amministrazione statunitense. Si spiega così la decisione con cui ieri il governo di La Paz ha definito americano Philip Goldberg “persona non grata”. Accusato di “complottare contro la democrazia, tentando di dividere il paese” il diplomatico è stato invitato a lasciare la Bolivia entro 72 ore.

Secondo l’agenzia di stampa ‘Bolpress’ il diplomatico si è incontrato in segreto con Ruben Costas, governatore (alias prefetto) di Santa Cruz, il rappresentante più drastico del movimento autonomista che si oppone al governo centrale del presidente Evo Morales. Da Washington, un portavoce del Dipartimento di stato prima ha definito “prive di fondamento” le accuse contro il suo ambasciatore a La Paz, poi in nottata ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore boliviano Gustavo Guzman.

Nonostante le dichiarazioni ufficiali e la propaganda in circolazione, infatti, i legami tra le potenti famiglie delle regioni più ricche della Bolivia (che hanno partorito negli anni la potente oligarchia che ha governato il paese, sulle spalle della maggioranza della popolazione indigena e contadina) e settori dell’industria energetica statunitense, particolarmente ben introdotti nell’attuale amministrazione americana.

Alcuni maliziosi, poi, non fanno mistero di come in certi ambienti conservatori americani si voglia utilizzare la Bolivia come test per ‘procedure’ che consentano di cambiare alcuni governi eletti negli ultimi anni in Sudamerica e divenuti sempre più autonomi e fastidiosi per questi settori Usa che continuano a guardare al continente latinoamericano come al “giardino di dietro” di casa propria.

Anche per questo nel delicato braccio di ferro interno ed esterno in corso da mesi in Bolivia il presidente Morales non è solo.

Ieri, la giornata più dura dall’inizio della crisi, ha incassato l’aperto sostegno del Brasile, dell’Argentina e del Venezuela.

E se il Brasile, in una nota del ministero degli Esteri, ha definito gli episodi di cui sono stati protagoniste forze di opposizione al governo boliviano “atti di grave sfida delle istituzioni e dell’ordine legale” e ha espresso preoccupazione e solidarietà per il governo di Morales aggiungend, il presidente venezuelano ci è andato giù più pesante.

In un discorso televisivo, Hugo Chavez è arrivato a dichiarare apertamente di essere pronto a organizzare ogni tipo di operazione, anche militare, per correre in soccorso del suo omologo nell’eventualità di un colpo di Stato.

Secondo l’ambasciatore boliviano in Brasile, intervistato dalla Folha di San Paolo, il governo di La Paz starebbe valutando la possibilità di dichiarare lo stato d’emergenza per ripristinare l’ordine. Il ministro delle Finanze, Luis Alberto Arce, che si trova in visita in Brasile ha detto – scrive il quotidiano boliviano ‘La Razon’ nella sua edizione on line – che in Bolivia si sta verificando un tentativo di colpo di Stato, combinato con atti di vandalismo e terrorismo. “Il governo sta prendendo le misure necessarie e istruendo le Forze armate perché presidino i campi petroliferi e il gas del paese, mentre la polizia sta indagando” ha aggiunto, negando che nel paese sia in corso una “guerra civile”.

Secondo il ministro i gruppi dell’opposizione sono composti da poche centinaia di persone che “stanno radicalizzando la loro azione”. “Sono gruppi ridotti, finanziati e che agiscono in funzione delle istruzioni che ricevono” ha aggiunto, precisando che vi è stata una strana coincidenza tra la radicalizzazione dello scontro politico e l’arrivo in Bolivia di esponenti dell’opposizione che si trovavano negli Stati Uniti.

“Finora abbiamo dato prova di pazienza e di prudenza, come tutti coloro che vogliono evitare il confronto. Ma vorrei ricordare che la pazienza ha dei limiti” ha detto in serata il presidente Evo Morales, commentando gli ultimi sviluppi .


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