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Lavoro e proteste

Autore: . Data: martedì, 23 settembre 2008Commenti (0)

Il calendario delle iniziative dei lavoratori per l’autunno è fitto come una via crucis

La manovra finanziaria 2009 bussa alla porta del governo ed è grande il disordine sotto il cielo del mondo dei “lavori”. Ieri i sindacati confederali del pubblico impiego hanno presentato un fitto programma di mobilitazioni a sostegno del rinnovo del contratto, in vista di un’assemblea nazionale che si svolgerà a Roma il 17 ottobre. Secondo Fp-Cgil, Fp-Cisl e Uil-Pa, “la manovra non stanzia risorse sufficienti a rinnovare il contratto per il biennio 2008/2009”. Al contrario viene ribadita “la necessità che gli incrementi contrattuali vengano definiti a seguito e in coerenza con l’accordo sul nuovo sistema contrattuale, che dovrà riguardare inderogabilmente sia il settore pubblico sia quello privato”.

Il calendario delle iniziative è fitto come una via crucis: ieri si sono riuniti in assemblea i dipendenti del comparto Stato e delle Agenzie Fiscali presso tutte le Prefetture. Mentre per il 6 ottobre è già stata indetta un’assemblea generale di tutti i lavoratori degli enti pubblici presso le sedi provinciali del ministero del Lavoro per sollecitare la risoluzione della loro vertenza e la convocazione a Palazzo Chigi. Quattro giorni dopo, il 10, l’assemblea coinvolgerà anche i lavoratori ministeriali: finchè il 17 la protesta caratterizzerà l’intera categoria.

All’altro capo del mondo del lavoro, è montata la protesta dei lavoratori dei call center. Pochi giorni fa hanno manifestato per le vie della Capitale, esemplificando il profondo disagio vissuto in questo Paese dai lavoratori precari. Nel caso dei centralinisti, stiamo parlando di una categoria sottoposta a ritmi infernali, pagata una manciata di euro all’ora, controllata ossessivamente da superiori chiamati “tutor”. Una categoria brutalmente sfruttata, scesa in piazza sulla base di una piattaforma finalizzata “alla difesa della buona occupazione, contro il dumping delle imprese più scorrette”, per chiedere “controlli ispettivi, per una maggiore responsabilità dei committenti e per la stabilizzazione dei lavoratori precari ancora presenti nel settore”.

I centralinisti sopravvivono all’ultimo anello di una orrenda catena (appena prima degli immigrati costretti a raccogliere pomodori per dodici ore al giorno) sperimentando sulla pelle le strategie di outsourcing e la più complessiva frantumazione del tessuto produttivo. Un tessuto indebolito anno dopo anno dai capitani meno coraggiosi di un capitalismo senza idee. Come se la scorciatoia della compressione dei costi (a cominciare da quello del lavoro) potesse aprire spazi di qualità sul mercato internazionale.

La politica si mostra assai disattenta al problema, ma questa non è una notizia. Mentre in vaste aree del mondo imprenditoriale si è affermata negli anni l’idea di poter affrontare i nuovi assetti scaturiti dall’economia globalizzata inseguendo il modello cinese o albanese, mentre per anni i “padroni del vapore” hanno assistito impassibili alla fuga di cervelli: anche qui, niente di nuovo sotto al sole.

Il punto è che con il ritorno a palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, il terreno sociale sembra spesso un campo minato, tra “fannulloni” dei ministeri, “privilegiati” di Alitalia e maestre in sovrannumero. Del resto, uno dei primissimi provvedimenti firmati dal ministro del Lavoro Sacconi ha riguardato i precari licenziati ingiustamente: il giudice non potrà più obbligare le imprese, nei casi in cui siano accertate irregolarità, ad assumere i lavoratori precari. Finora il magistrato che riscontrava irregolarità sul ricorso a uno o più contratti a termine, poteva obbligare il datore di lavoro a riammettere in servizio il lavoratore con un contratto a tempo indeterminato. Se passerà la nuova norma, il giudice dovrà limitarsi ad applicare all’azienda una sanzione di entità variabile tra le 2,5 e le 6 mensilità (la stessa prevista per le imprese al di sotto dei 15 dipendenti). Inoltre, è stata cancellata la possibilità di stabilizzare gli stessi precari, con la reintroduzione della facoltà di rinnovare all’infinito i contratti di lavoro a tempo determinato. Facendo carta straccia di quanto previsto nel Protocollo sul welfare firmato da Prodi e dai sindacati il 23 luglio 2007. Un Protocollo che fissava in 36 mesi (non necessariamente continuativi) il periodo di lavoro precario possibile presso una stessa azienda, rinnovabile di altri 36 nel caso di accordo raggiunto presso la direzione provinciale del lavoro alla presenza di un rappresentante sindacale. E alla luce dell’attuale fame di lavoro, quale sindacalista si sarebbe rifiutato di apporre la sua firma in calce alla prosecuzione di un’attività precaria? Eppure la domanda appare oggi superata. E dovremo probabilmente abituarci alle figure dei “precari a vita”.

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