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La Gelmini, la scuola e gli analfabeti

Autore: . Data: martedì, 9 settembre 2008Commenti (0)


Mentre il ministro Gelmini propaganda la sua ‘rivoluzione’ efficientista nel mondo della scuola, si ignorano i preoccupanti dati sull’alfabetizzazione in Italia e sul numero crescente di ignoranti del Bel Paese.
Ieri l’occasione si è presentata. La Giornata Mondiale dell’Alfabetizzazione delle Nazioni Unite, infatti, poteva fornire un ottimo spunto per il ministero dell’Istruzione, il governo e i media per discutere dello stato dell’alfabetizzazione nel nostro paese. Per parlare del cosiddetto analfabetismo di ritorno e del numero (in continuo aumento) complessivo di italiani di ogni età che faticano sempre di più a leggere e a scrivere anche piccoli testi.
I dati riguardanti questo fenomeno sono molteplici, non sempre di chiara lettura e a volte in contrasto tra di loro. È quindi difficile scegliere da quale partire per provare a dare un quadro documentato del preoccupante fenomeno italiano. Gli ultimi numeri ‘ufficiali’ sul fenomeno – spiega l’Unla (associazione nazionale per la lotta contro l’analfabetismo) sul suo sito internet – sono quelli dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) del 2003:
“Su circa 57 milioni di Italiani poco più di 3.500.000 sono forniti di laurea, 14.000.000 di titolo medio superiore, 16.500.000 di scuola media e ben 22.500.000 sono privi di titoli di studio o possiedono, al massimo, la licenza elementare”. In percentuale, evidenzia l’Unla, il 39,2% dei nostri concittadini (ovvero quasi la metà degli italiani) sono fuori della Costituzione che prevede l’obbligo del possesso di almeno otto anni di scolarità.
Per proseguire con i dati, preoccupano anche quelli emersi da due ricerche condotte da Statistic Canada e Ocse che, oltre a confermare la presenza in Italia di oltre 5 milioni di persone senza licenza elementare, tratteggiano il profilo di quelli che le Nazioni Unite definiscono «analfabeti funzionali». Un fenomeno che ormai in Italia – scrive il Corriere della Sera, uno dei pochi grandi giornali a essersi occupato della questione il 6 settembre scorso – riguarda un terzo degli italiani mentre un altro terzo rischia di diventarlo.
Scrive ancora il Corriere: “Che un terzo della popolazione italiana sia analfabeta è stato confermato anche da due ricerche internazionali che non si basano su autocertificazioni, ma sull’osservazione diretta degli intervistati e delle loro effettive capacità, a prescindere dal livello di istruzione dichiarato. Le hanno condotte Statistic Canada e Ocse, sottoponendo a campioni di popolazione adulta (16-65 anni) questionari graduati: uno preliminare e cinque con difficoltà crescente. Risultato della prima indagine (Ials, International adult literacy studies): quasi il 5% della popolazione italiana adulta non è in grado di affrontare qualsiasi tipo di questionario scritto. Si tratta di due milioni di persone. Il 33% di quelli che rispondono al questionario si ferma al primo gradino della scala di valutazione. Un secondo 33% fa un passo in più nella lettura e comprensione dei testi e raggiunge il secondo livello: abbozza soltanto qualche risposta. Dalla seconda indagine (All) l’analfabetismo funzionale di ritorno appare dove meno lo si aspetta: tra i laureati (20%) e i diplomati (30%). La stessa indagine indica che meno del 20% degli italiani supera quel livello minimo di capacità alfabetiche che servono a orientarsi in una società moderna, contro percentuali del 50% in Svizzera e Usa, 60% in Canada e 64% in Norvegia”.
Ma dati e percentuali non bastano a tratteggiare i pericolosi confini di un quadro più vasto del previsto, che si estende a macchia d’olio e che va oltre gli “analfabeti” classici, comunque stimati dall’Istat in quasi 800.000, una cifra che ancora dovrebbe far tremare. E così, scrive ancora il giornale, “sta nascendo un nuovo esercito di giovani e adulti. Un magistrato di Firenze, Silvia Garibotti, ha raccontato dei numerosi casi in cui i testimoni non sono in grado di leggere la formula di rito. Attilio Paparazzo, responsabile nazionale Cgil scuola, riferisce che «spesso i bidelli che arrivano in provveditorato per iscriversi nelle graduatorie scolastiche fanno fatica a inserire i propri dati o a leggere il modulo ‘sono cittadino italiano, dichiaro di aver assolto gli obblighi di leva’»”.
Per concludere vale la pena proporre la “considerazione” scritta ormai quattro anni fa da un frequentatore del ‘forum’ presente sul sito dell’Accademia della Crusca. Nel 2004, ‘marcri’, inserendosi in un dibattito ‘on line’ scrisse:
“Non riuscirò a fornire una risposta, ché non so se c’è. Proverò con qualche spunto di riflessione. L’analfabetismo di ritorno non dovrebbe riguardare gli adolescenti, che però sembrano essere affetti dall’analfabetismo di ‘andata’, visto che, nonostante nell’età dell’adolescenza ancora non si dovrebbe aver terminato il percorso scolastico, già si intuiscono analfabeti. Ma tant’è… questa è già, con amaro sarcasmo, la soluzione al problema dell’analfabetismo di ritorno. Una volta l’analfabetismo di ritorno era semplicemente il ‘dimenticare’ ciò che era stato appreso negli anni degli studi, solo perché nella vita lavorativa non si riusciva a metterne in pratica che il 10-20%, e non c’era il tempo di continuare ad occuparsene, ché la ‘pagnotta’ aveva giustamente la priorità; oggi, non solo comincia molto prima, ma abbraccia un ambito ben più grande, che fa dire a lei “analfabetismo di chi legge senza capire e parla e scrive senza comunicare”. Credo sia una forma di ‘autismo’ sociale, generato e alimentato dalla nuova cultura del “tutto e subito”, del “bello perché costoso”, di stereotipi che propongono solo l’effimero e ne sollecitano la necessità. Questo pone nei giovani e meno giovani la consapevolezza che la cultura, fondamento e alimento quotidiano della mente, sia da aborrire e da evitare come spreco del tempo, che occorre invece impiegare con profitto (per il business che muove purtroppo oggi l’individuo-fantoccio) in scelleratezze. Leggere, capire, io aggiungerei riflettere, che come conseguenza hanno anche il parlare e lo scrivere, oggi sono considerate attività improduttive”.
Insomma sulla questione dell’alfabetizzazione degli italiani sono a disposizione da tempo dati, spunti e considerazioni interessanti e sufficienti ad alimentare un dibattito nazionale per avviare politiche che invertano la tendenza degli ultimi 15 anni. E invece discutiamo di svolte efficientiste e di maestri unici.


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