Italia, democrazia e pericoli
Che si tratti di immigrazione, ordine pubblico, sistema giudiziario, informazione o altro un’ombra insegue le decisioni del governo di centro-destra: saranno pericolose per la democrazia? Tutte le forze poltiche lo escludono, ma il sospetto rimane.
Una durissima presa di posizione contro la politica in materia di giustizia del governo Berlusconi è contenuta in un comunicato rilasciato dall’Associazione nazionale dei giuristi democratici. Secondo l’organizzazione “Il Pdl scardina il sistema giudiziario”.
I giuristi democratici, valutando gli elementi fino ad ora noti del programma di riforma della giustizia a elaborato dal centro destra, si dichiarano “preoccupati e sgomenti alle manovre che si stanno svolgendo in questi giorni”.
L’associazione, però non fa sconti neppure all’opposizione e aggiunge: “Di fronte all’ormai dilagante Pdl e alle sue iniziative, il Partito Democratico mostra una titubanza e una sottomissione preoccupanti. Manca, purtroppo, una vera opposizione, su questa come su altre questioni”.
La crisi della macchina giudiziaria italiana è antica, almeno, quanto la Repubblica, ma secondo i giuristi il problema va osservato a monte. Per riuscire ad ottenere “un processo più rapido, efficiente e giusto” vanno aumentati i fondi a disposizione dell’amministrazione della giustizia”. Vanno al più presto attuate le revisioni strutturali delle circoscrizioni dei Tribunali, come si chiede da tempo e non avviene mai. L’intero apparato giudiziario ha bisogno di essere monitorato e studiato, per capire come risistemare funzioni e organizzazione e raggiungere una efficienza in grado di migliorare il lavoro e la produttività dei magistrati.
Pensare che il motivo per i quali la lentezza dei processi sia determinata solo dai Codici non convince i membri dell’associazione. Infatti, i giuristi pensano che sia necessario “colmare le carenze di personale amministrativo”, ma naturalmente non solo. “Che si vada verso lo snellimento del processo civile – insistono - anche attraverso l’introduzione del processo telematico; che si intervenga con efficacia con norme di ampia depenalizzazione sia per fatti di minor allarme sociale, sia per fatti per i quali esistano altre misure, diverse da quella penale, per sanzionare comportamenti antisociali; che si snellisca il processo penale da una serie di orpelli, quali alcune norme in tema di notifica, che rendono il processo una corsa ad ostacoli”
I giuristi democratici ritengono non accettabili sia le proposte del Centro-destra, sia quelle dei Radicali. Nel comucato aggiungono: “Non accorciano di un giorno la durata dei processi, nè migliorano la qualità delle decisioni; hanno, invece, un altro obiettivo, quello di indebolire le tutele dei cittadini, attraverso una perdita di autonomia ed indipendenza della Magistratura. In questo senso, infatti, vanno lette le proposte di abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, di separazione delle carriere, di riforma del CSM”.
I richiami a tenere sotto osservazione lo stato della democrazia nel Paese negli ultimi tempi sono stati numerosi. Il più noto quello di famiglia Cristiana, che valutando l’azione del governo nei confronti del popolo zingaro aveva auspicato “che non si riveli mai vero il sospetto (come era possibile evincere da un rapporto dell’organizzazione Esprit, ndr) che stia rinascendo da noi sotto altre forme il fascismo”.
Ed anche l’associazione nazionale dei magistrati avava attaccato la riforma della giustizia proposta dal governo, ipotizzando il ritorno a metodi fascisti. Il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, aveva sostenuto che “introducendo la politica nel Csm ci si richiama a un modello autoritario, ovverossia quello fascista”. Poi aveva riprecisato: autoritario non fascista.
Il distingiuo tra autoritarismo e fascismo è senza dubbio importante, ma oltre le parole è indubbio che tutta una serie di azioni del centro-destra si richiamino, più che ad un modello liberal-conservatore, ad una specie di sistema plebiscitario, nel quale la figura del ‘capo’ assume caratteri unici tra le democrazie occidentali. E dove i cittadini diventano più spettatori fidelizzati, che consapevoli protagonisti della vita nazionale.
Pur fieramente contrario ad ogni forma di estremizzazione della realtà, lo stesso Massimo D’alema ha dovuto amettere che il Paese non corre “un pericolo fascista”, anche se “non c’è una democrazia proprio normale”. Secondo l’ex ministro degli Esteri l’anomalia è determinata da “una concentrazione di poteri finanziari, politici e mediatici non normale”, lasciando intendere che la profondità del problema è concreta e non risolvibile “con una leggina”.


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