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Il coraggio di Anna

Autore: . Data: martedì, 9 settembre 2008Commenti (0)

“Seven Years on the Frontline”, il documentario sulla Politkovskaya è soprattutto un’opera sull’importanza della denuncia e un ritratto sensibile della giornalista russa uccisa due anni fa. Per sette anni aveva condotto inchieste sulla guerra in Cecenia molto critiche verso Putin

Chi crede che il giornalismo di denuncia non serva più a nulla dovrebbe vedere il documentario “Seven Years on the Frontline” (Sette anni al fronte) su Anna Politkovskaya. Dopo aver ricevuto la menzione speciale dalla giuria del Premio Amnesty “Cinema e diritti umani”, è stato proiettato al Festivaletteratura di Mantova e ci auguriamo possa essere visto anche in altre sale italiane. Il film svela della giornalista russa, uccisa nell’ottobre 2006, il volto umano e il rigore con cui svolgeva il suo lavoro. Due caratteristiche che ogni buon giornalista dovrebbe avere.

Anya era la conferma di quanto insegnava un altro grande reporter, Ryszard Kapuscinski: “Il cinico non è adatto a questo mestiere”. Come ben mostra il film di Masha Novikova, regista russa attenta ai diritti umani nel suo Paese, ma costretta a trasferirsi in Olanda, la Politkovskaya aveva una capacità di ascolto e comprensione del dolore degli altri, che le sua cronache diventavano strumenti di attivismo sociale, schiaffi morali ai potenti, parole di conforto per le vittime.

Le testimonianze di alcune persone che l’hanno conosciuta compongono il puzzle su Anya.
Galina Musaliyeva, impiegata a Novaya Gazeta dove Anya ha lavorato per gli ultimi sette anni della sua vita, ricorda: “Un giorno sono entrata nella sua stanza, e lei ha subito spento il computer. Le dissi che poteva continuare a lavorare, ma lei rispose che sullo schermo aveva immagini della Cecenia troppo forti per me. Le guardai lo stesso e per tutta la sera non riuscii a pensare ad altro. Anya cercava di proteggerci (si riferisce ai giornalisti di Novaya Gazeta, ndr.), ed io mi resi conto che lei quasi sempre doveva essere tormentata da quello che vedeva”.

Anya dopo il 1999 divenne la maggiore esperta di Cecenia, dove incontrò Lidia Yusupova, un’avvocatessa di Grozny che da molti anni si occupava dei desaparecidos ceceni. Negli occhi di Lidia, che ha lasciato la Cecenia, si intuisce la paura e la solitudine di chi ha perduto un compagno di lotta: “Mi sono tasferita in Russia, ma credo di essere più in pericolo qui che a casa mia”. L’attivista Svetlana Gannushkina prova la stessa disperazione, dopo aver aiutato molti profughi delle ex repubbliche sovietiche. Vyacheslav Izmailov, invece, ex soldato che ha combattuto in Afghanistan e che ora lavora a Novaya Gazeta, sta investigando su chi ha assassinato Anna: “Quando l’ho conosciuta non sapeva cos’era la Cecenia. Poi è diventata un soldato. Un soldato che è morto dopo sette anni al fronte”.

A questo punto entra in scena chi è profondamente grato alla giornalista. Si tratta delle madri, nonne, sorelle, cui ha dato voce dopo episodi indelebili della storia del conflitto e del terrorismo ceceni. Le madri di Beslan, in Nord Ossezia, si aggirano fra i muri sventrati della scuola dove sono morti 186 bambini. Guardano le foto dei loro figli scomparsi e pensano ad Anya che è stata loro vicina. Arriva quindi, la sequenza più potente del film: un gruppo di donne molto anziane forma un cerchio e canta al ritmo incalzante di una musica locale. Quella che doveva essere una danza si trasforma in una marcia di resistenti.

Francesca Lancini

Biografia breve

Anna Politkovskaya nasce a New York nel 1958 da due diplomatici sovietici di nazionalità ucraina che lavorano presso le Nazioni Unite. Studia giornalismo all’università di Mosca, dove si laurea nel 1980. Dopo aver lavorato per diversi giornali, radio e tv, nel 1999 entra nella redazione di Novaya Gazeta per la quale pubblica articoli molto critici verso Vladimir Putin, soprattutto per la conduzione della Guerra in Cecenia, Daghestan e Inguscezia. I suoi attacchi sono rivolti anche agli ultimi due primi ministri ceceni, Ahmad Kadyrov e suo figlio Ramsan. Subisce minacce e un presunto tentative di avvelenamento che però non la convincono ad abbandonare le sue inchieste sulle violazioni dei diritti umani compiute a danno dei civili delle ex repubbliche sovietiche.
Il 7 ottobre del 2006 viene trovata morta nell’ascesore del suo palazzo. Accanto al corpo ci sono una pistola e 4 proiettili. La prima pista seguita è quella dell’omicidio premeditato ed operato da un killer a contratto, ma il mandante è ancora oggi sconosciuto.



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