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Il bivio dell’Angola

Autore: . Data: sabato, 6 settembre 2008Commenti (0)

Ricchezza e povertà, guerra e pace, speranza e delusione: sono solo alcune delle contraddizioni dell’Angola, la ‘tigre’ d’Africa, che ha votato per scegliere un nuovo Parlamento, il primo dalla fine di una guerra infinita.

Uno ‘skyline’ di nuovi grattacieli e, dietro le nuvole, le periferie degradate, invase di immigrazione, baracche zeppe di migliaia di esseri umani fuggiti dalle campagne negli anni della guerra, tra il 1975 e il 2002. Luanda, la capitale, è la sintesi perfetta delle contraddizioni di questo Paese, uscito solo sei anni fa da un conflitto devastante. Con la sua processione di morti, lunga da qui alla luna. La guerra interna, boia della voglia di vivere nata nel popolo durante la rivoluzione e, poi, con l’indipendenza.

Per gli angolani è la prima grande contraddizione palpabile, adesso che sono messi davanti alle scatole di plastica opaca nelle quali si infila la firma per il futuro. Le urne per il voto potrebbero essere davvero l’uscita dalla guerra e l’arrivo alla pace.

La rapida e, per un destino propizio, improvvisa conclusione del conflitto è arrivata con la  morte misteriosa nelle foreste del Moxico dell’indiscusso capo dei guerriglieri dell’Unita, Jonas Savimbi e stupì tutti. Adesso, dopo gli anni dell’idiozia degli spari, tra i primi desideri dei votanti, continua a resistere la “pace”. Una pace per la quale si è disposti anche a dimenticare un modo di governare il Paese quantomeno discutibile, di cui è resposabile il partito al potere sin dall’indipendenza. Così, dopo ventisette anni di crudeltà, nonostante la ‘pace’ o, forse meglio ‘la fine della guerra’, sia arrivata e non abbia  mostrato nessuna vera crepa, i partiti nella loro campagna elettorale hanno ripetutamente evocato la paura, l’agghiacciante incubo di chi emerge dai massacri, per esorcizzalo e chiedere che finisca. Quasi a mettere di fronte al naso della gente il rischio di un ritorno alle “botte cattive”, che ormai sembrava archiviato per sempre.

La pace, allora, ha portato un desiderio. Gli angolani si aspettano che il nuovo primo parlamento, quello che uscirà dalle urne nelle prime elezioni vere del Paese sin dalla sua indipendenza (le precedenti avevano raggiunto il risultato di far riesplodere il conflitto, uccidendo un accordo di pace  raggiunto faticosamente) affronti i problemi di sviluppo e lavoro.

Ecco la seconda contraddizione.

L’Angola è nella ‘top ten’ dei Paesi del pianeta con il miglior sviluppo economico degli ultimi anni. La scoperta e l’uso intensivo dei giacimenti di petrolio e le esportazioni di diamanti – è il quarto produttore mondiale – hanno trainato l’antica colonia portoghese verso cifre da capogiro. Secondo i dati Onu, nei cinque anni successivi alla fine della guerra, il prodotto interno lordo è cresciuto del 90 per cento. Lo scorso anno si è toccato il record, confermato dalla Banca Mondiale, con una crescita del 27 per cento, bissata dai risultati di quest’anno che dovrebbero attestarsi tra il 16 e il 20. Grazie all’alto prezzo del greggio sui mercati internazionali e allo storico sorpasso nei confronti della Nigeria  (l’Angola è diventata per tre mesi consecutivi il primo produttore di petrolio del continente africano) potrebbero riservare sorprese positive quando si dovranno tirare i bilanci finali. Eppure, questa ricchezza finora ha interessato solo marginalmente la maggior parte della popolazione.

Secondo gli ultimi dati Onu, il 70 per cento dei 16 milioni di angolani vive con meno di 2 dollari al giorno, una cifra che non li fa figurare tra i poveri (il limite è meno di un dollaro al giorno), ma che sicuramente dovrebbe far riflettere chi parla di ‘tigre ecomica’.

Una contraddizione che trova la sua risposta in complicate analisi. Per semplificare. La guerra, con la relativa prolungata devastazione del tessuto sociale ed economico, ha prodotto generazioni di persone senza formazione, che non riescono ad adattarsi al boom petrolifero. Così le grandi aziende, che sono arrivate nel Paese per investire nel greggio e hanno scoperto potenzialità di espansione molto più vaste, generate dall’oro nero in tutti i settori industriali e commerciali, continuano a far uso di personale straniero anche per lavori di bassa manodopera. Lo stesso discorso vale per i servizi del terziario, legato al grande business petrolifero. Salvo che tutti i leader sono aziende arivate da ogni angolo del pianeta. Americani, cinesi,  portoghesi,  brasiliani o sudafricani.

L’Angola, Africa.e terra di elefanti e zebre, si trova dopo una guerra generata dalla fine del colonialismo portoghese e dall’ingordigia degli eredi della schiavitù, con prezzi al metro quadro che rivaleggiano con Tokyo e New York. Le aziende brasiliane, cinesi e portoghesi, che stanno costruendo la nuova Luanda, utilizzano muratori di ogni angolo del pianeta, mentre nelle campagne lontane e negli slum i cittadini muoiono di fame. Ecco perchè un dato, seppur ufficioso,  calcola che il 65 per cento degli angolani in grado di lavorare è disoccupato.

Il problema –spiegano gli studiosi locali – è che la guerra ha completamente svuotato le campagne, portando in città manodopera alla ricerca di qualcosa, ma ignara di cosa fosse. Esseri umani con la necessità di un’occupazione, ma relegati a vendere cianfrusaglie per strada o, se fortunati a lavorare come autista o colf nelle case dei ricchi. Per quanto lo sviluppo economico possa mantenersi “stellare”, in Angola però non ci sono ancora abbastanza ricchi per dare lavoro a tutti.

Per questo i due principali schieramenti politici del Paese – gli stessi protagonisti della guerra civile – l’Mpla del presidente Jose Eduardo do Santos, al potere da ventinove anni, e l’Unita del defunto Savimbi, puntano sul rilancio dell’agricoltura, unico settore in grado di assorbire tutta la forza lavoro disponibile. Ma qui si incappa in un’altra contraddizione. L’Angola, nonostante i suoi anni di pace e di sviluppo, continua a essere uno dei Paesi col maggior tasso di mine antiuomo del pianeta. Per un occidentale è difficle capire, ma è come se andando al parco col cane fosse ‘normale’ sentire un click e saltare in aria senza neppure sapere perchè.

Negli ultimi cinque anni siano stati distrutti 2 milioni di mine e bonificati 50 milioni di metri quadri di terreno (dati del governo), ma ampie fette di territorio restano isolate o inutilizzabili a causa dei residui invisibili del conflitto. Residui che bloccano l’agricoltura e il commercio e impediscono la costruzione di strade, ponti, scuole, infrastrutture necessarie per far crescere il Paese.

Nonostante gli aiuti e gli investimenti miliardari dei molti partner dell’Angola – dal Portogallo alla Cina, passando per Stati Uniti, Brasile, Sudafrica etc. – la strada da fare per ‘curare’ l’Angola è ancora lunga. Le elezioni, tenute in un clima di disorganizzazione totale, seguono un copione già scritto. L’Mpla (che governa il Paese da 33 anni) otterrà, sono pochi i dubbi a riguardo, la maggioranza. Resta da vedere se riuscirà anche ad ottenere i due terzi del Parlamento, indispensabili per modificare la Costituzione, vero obiettivo del partito di governo. Solo così – sostengono gli alleati del presidente dos Santos, gia pronto a ricandidarsi- si potrà procedere più speditamente verso uno sviluppo allargato.

L’Africa post coloniale ha mantenuto vivi i mostri che per decenni l’hanno sfruttata. Una nuova oligarchia nera ha sostituito i bianchi, i potenti di prima, ma il continente non ha visto nascere ancora identità nazionali autonome, sovrane non corrotte.

In Angola, uno dei capitoli più importanti della storia della liberazione della nazione nera dal dominio dei bianchi è arrivato. Sapranno cogliere l’attimo?

Intanto, sussurrando parole come “corruzione” e sperando in un futuro migliore, gli angolani si sono recati alle urne, più che altro per dare credito a uno degli slogan utilizzati dalla Commissione elettorale nazionale (Cne) durante la campagna elettorale: “Se non voti oggi non avrai il diritto di lamentarti domani”.

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