I dimenticati della sanità privata
Sciopero ignorato da tutti a Roma. Questa volta a protestare erano i dipendenti della sanità privata, senza contratto da quasi tre anni e in qualche caso condannati ad essere invisibili.
Che “distratti” i mass media nostrani: nessuno ha spiegato ai cittadini di Roma chi, ieri mattina, stesse sfilando per le vie del centro città, mentre loro imprecavano nel traffico contro l’ennesima manifestazione nazionale (e la conseguente deviazione per qualche ora dei mezzi pubblici).
Lo facciamo noi. Si trattava di circa 15mila dipendenti delle strutture sanitarie private, scesi in sciopero per protestare contro il mancato rinnovo del loro contratto nazionale di lavoro (scaduto ormai da più di trentadue mesi).
In tutto stiamo parlando di almeno 150mila persone, tanti sono in Italia coloro che operano in strutture sanitarie private convenzionate con il Sistema Sanitario Nazionale (Ssn) assicurando l’erogazione di servizi sanitari pubblici ai cittadini.
All’indomani della manifestazione i sindacati si mostrano soddisfatti: la protesta è riuscita, spiegano. “Non è accettabile – affermano Cgil, Cisl e Uil – che vengano strumentalizzati i lavoratori, ai quali manco viene rinnovato il contratto, per chiedere alle Regioni un aumento dei soldi destinati alle convenzioni con il Ssn. Il Governo, il Parlamento, il sistema delle Regioni devono ormai prendere atto che il rapporto fra Pubblico e Privato in settori così delicati quali la salute dei cittadini va immediatamente ricalibrato, riformato”.
In effetti, la situazione pare sfuggita di mano alle istituzioni, e non da oggi.
Può sembrare paradossale, ma l’esatto numero dei dipendenti della sanità privata in Italia lo conosciamo per approssimazione perché i datori di lavoro non sono tenuti a fornire pubblicamente o alle organizzazioni sindacali il numero dei loro dipendenti e la loro suddivisione per sesso o categoria.
“Non si tratta di riservatezza – spiega Antonio Marchini, segretario Funzione pubblica Cgil a Milano – ma di un modo per fare lucrosi affari: è più conveniente essere discreti, non dare nell’occhio. Quando poi la magistratura mette qualcuno sotto la lente d’ingrandimento, ecco apparire affari milionari, ecco che si scopre come ad esempio in Lombardia il costo per posto letto sia più alto nel privato che nel pubblico. E poi ci sono le truffe, i raggiri, tutta una congerie di sistemi volti a incrementare i profitti”.
Ovviamente, aggiunge Marchini “ci sono anche imprenditori onesti, seri e trasparenti, sia nel mondo cosiddetto profit, sia in quello no-profit nel quale si annovera la gran parte delle istituzioni religiose. Ma esistono tanti modi legittimi per incrementare i fatturati, e per questa via i guadagni. Uno di questi è rappresentato dalle scelte di politica industriale. Basta saper scegliere le patologie più remunerative, quelle per le quali i rimborsi erogati dalle Regioni sono più elevati, e ridurre al minimo quelle che invece comportano costi di gestione più alti e quelle meno vantaggiose economicamente”.
Quante volte ognuno di noi ha sentito parlare di migliaia di persone che partono dalle regioni del sud per potersi curare al nord? “Certamente – sostiene Marchini – al nord ci sono straordinarie eccellenze, e chiunque quando ha un problema di salute cerca le soluzioni di più elevata qualità, si informa da quale specialista è meglio andare. Allora capita che il medico, lo specialista di una qualunque struttura meridionale conosca, guarda caso, quel collega cosi bravo che lavora in una casa di cura convenzionata al nord. Infatti oltre il 50% dei cittadini che dal sud vengono nell’Italia settentrionale finiscono nelle case di cura convenzionate”.
Perché sono più efficienti di quelle pubbliche? Perché danno più garanzie? O non sarà forse perché i rimborsi che le case di cura ricevano dalle Regioni interessate sono pagati a pié di lista, alimentando oltretutto il già forte deficit di alcune di queste Regioni?
Ogni imprenditore, come è ovvio, pone grande attenzione al contenimento degli sprechi e al costo del personale. “Quindi – continua il sindacalista – è su quest’ultimo aspetto che agisce per tagliare i costi dopo che si è dato tanto da fare per incrementare i guadagni”. Da qui deriverebbe “la prima regola: meglio non avere tra i piedi quei rompiscatole dei sindacalisti. Allora ecco la politica delle mance, dei ‘superminimi’ in busta paga, meglio se differenziati fra i lavoratori. In cambio non sempre vengono richieste professionalità e qualità nel lavoro, ma ampia disponibilità a saltare i giorni di riposo, a effettuare doppi turni e così via”. Se poi il lavoratore è immigrato, peggio ancora: “Conviene stare in silenzio perché il permesso di soggiorno è legato al lavoro”.
Lavoro, certo, ma senza rinnovo del contratto nazionale. Ai lavoratori della sanità privata, peraltro, non si applica quello riservato ai lavoratori della sanità pubblica, salvo che per gli incrementi dei livelli retributivi: “Questo comporta – dice Marchini – che mediamente un dipendente della sanità privata percepisce circa il 20% in meno di un suo collega pubblico”.
Che fare dunque? “Partiamo dal fatto che la sanità è pagata da tutti i cittadini: dunque un imprenditore privato che voglia essere accreditato deve sottostare alle stesse regole del sistema pubblico, a cominciare dall’applicazione di un contratto nazionale di lavoro uguale per tutti”.


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