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Ferrovie, morti e inefficienze

Autore: . Data: mercoledì, 3 settembre 2008Commenti (0)

In Italia ogni sette ore muore un lavoratore: accade nelle fabbriche, negli scali portuali, nei cantieri. Il caso più recente occupa ancora le pagine (interne) dei giornali e riguarda due operai investiti da un treno mentre stavano intervenendo sui binari appena fuori da una stazione, nel catanese.

Giuseppe aveva 35 anni, si sarebbe sposato tra poche settimane. Fortunato, 58 anni, contava i mesi che lo speravano dalla pensione. Sono stati travolti e uccisi due giorni fa da un “regionale”. Le cronache, lette qua e là, hanno aggiunto particolari inquietanti che avrebbero meritato riflessioni più approfondite.

Innanzitutto, è stato scritto che il macchinista avrebbe visto soltanto all’ultimo momento i due malcapitati (facenti parte di una squadra di cinque tecnici), impegnati a manovrare un martello pneumatico. Gli operai indossavano cuffie antirumore e il macchinista avrebbe avviato più volte il fischio di segnalazione, poi frenato bruscamente e, comunque, non sarebbe ruscito ad evitare il drammatico impatto.

Sorgono subito spontanee alcune domande: se gli operai utilizzavano uno strumento rumoroso, proteggendo correttamente le orecchie, come potevano sentire il fischio della motrice? Perché mai dunque il treno transitava proprio su quei binari? Perché il semaforo più vicino alla zona non ha segnalato per tempo il “rosso”? Si è forse “distratto” il conducente?

Va aggiunto, ironia della sorte, che qualche giorno dopo Ferragosto le Fs hanno licenziato per la seconda volta un macchinista (si chiama Dante De Angelis), reo di aver messo in ‘cattiva luce l’azienda’, in seguito alla denuncia delle sistematiche carenze in materia di sicurezza. Tra queste, merita una citazione l’eliminazione dalla maggior parte dei treni del secondo macchinista di servizio, sostituito dal ripristino di un meccanismo, detto “Vacma”, in voga sulle motrici degli anni 20: il macchinista deve  premere su un pedale per tutto il tempo di conduzione del treno, a brevi intervalli di tempo, ogni pochi secondi. In tal modo segnalerebbe il suo efficiente stato di vigilanza. Qualora si distragga e non prema sul pedale nei tempi prescritti scatta un allarme ed il treno si arresta.

Del “Vacma” e dei suoi effetti si è recentemente occupato il professor Vezio Ruggieri, docente di Psicofisiologia clinica all’università La Sapienza di Roma. “Ciò di cui non ha tenuto conto l’azienda – spiega Ruggieri – è che la ripetizione automatica funziona da ‘ninna nanna autocullante’. E’ possibile che la ripetizione monotona del gesto si produca in modo automatico ed irriflessivamente, ed abbia un effetto vagamente ipnogeno con una riduzione del livello di vigilanza”. In altri termini, aggiunge, “il gesto automatizzato può essere prodotto anche in assenza di uno stato di coscienza perfettamente vigile. In tali casi è possibile che così  un “segnale” importante di pericolo (ad esempio un semaforo rosso) possa non essere percepito. Ecco – sottolinea Ruggieri – che è stato sottovalutato il fattore di inibizione cerebrale da stimoli e comportamenti monotoni, un’inibizione che a sua volta crea sonnolenza, riducendo il livello di attenzione”. Dunque, al posto della cosiddetta “sollecitazione attentiva” quel gesto ripetuto produce un opposto effetto “che può gravemente ridurre il livello di vigilanza. Inoltre la ripetizione stessa induce stanchezza muscolare (chiamata ‘fatica periferica’) che si aggiunge a quella che la letteratura scientifica chiama ‘fatica centrale’”.

Non sarebbe male, dunque, se le cronache che descrivono ogni volta le “stragi sui binari”, causate magari “dal macchinista che si è distratto e non ha visto il semaforo”, venissero arricchite da approfondimenti utili al lettore. Che ha diritto a costruirsi un’opinione nè banale né superficiale.

Ma i fatti di Catania raccontano, tra le righe, anche qualcos’altro. Si è appreso, infatti, che entrambi gli operai investiti erano iscritti ad un sindacato confederale (nel caso specifico la Cisl). Così come era iscritto alla Uil (di cui era anche delegato sindacale) l’unico sopravvissuto alla tragedia della Thyssenkrupp, accaduta a Torino il 6 dicembre 2007 (sette morti in seguito ad un’esplosione).

Senza voler creare impropri legami di causa-effetto, è opportuna una considerazione: alla luce della drammatica escalation di morti bianche, vien da chiedersi, quanta responsabilità sia imputabile ai sindacati e alla caduta di attenzione, anno dopo anno, riguardo all’organizzazione del lavoro, a suoi ritmi e al suo tasso intrinseco di nocività.

L’osservazione ha un risvolto “storico”. Dovendo infatti colmare l’ampio scarto tra inflazione programmata (prevista dagli accordi di “concertazione” del luglio 1993) e quella reale, i sindacati si sono concentrati maggiormente, nell’ultimo quindicennio, sulla rivendicazione salariale (con risultati non sempre confortanti), tralasciando spesso una puntuale difesa dei diritti. Eppure nessuno avanza interrogativi in merito.

D’altro canto, che l’azienda-Fs non abbia in cima alle sue priorità la tutela di dipendenti e utenti lo si capisce anche dalla dimensione dei tagli ai servizi forniti ogni giorno. Nonostante i sistematici aumenti delle tariffe la qualità peggiora. Basti pensare alla soppressione della maggior parte o di tutti gli Eurostar da numerose tratte considerate evidentemente “non strategiche” (dalla Roma-Lecce alla Roma-Genova-Torino).

L’abolizione dei treni costringe i passeggeri ad impiegare sette-otto ore (salvo ritardi) per percorrere 500 chilometri. Sempre che giungano a destinazione sani e salvi.

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