Coi “negri” il “razzismo non c’entra”
“Sporchi negri avete rubato”…”sporchi negri vi ammazziamo”, sono alcune delle frasi pronunciate dagli assassini di Abdul Guibre. Ma nonostante questo ci si affanna a dire che il “razzismo non c’entra”. E allora cosa c’entra?
Il governo, le reti televisive di stato e quelle private (che al momento sembrano rispondere agli stessi interessi), portavoce vari e anche molti giornali si sono sgolati nelle ultime ore per ribadire a ogni occasione possibile che con il barbaro assassinio di Abdul Guibre il “razzismo non c’entra”. Una risposta è arrivata oggi da Marina Corradi nell’editoriale pubblicato oggi dal quotidiano della Conferenza episcopale italiana (Cei) Avvenire dal titolo “Nostro fratello il razzismo come rabbia oscura dalle viscere:
Tre ragazzi che alla fine di un sabato notte portano via due pacchi di biscotti da un bar. I proprietari che li inseguono, loro che afferrano dalla spazzatura bottiglie, e una scopa per difendersi. Ma uno dei tre cade, e il barista gli è addosso. Con una spranga gli spacca il cranio e lo ammazza. Poi, lui e suo figlio se ne tornano a casa. Sembra Bronx, ma è Milano, in un’alba in via Zuretti, una strada come tante, parallela alla massicciata dei binari che entrano alla Stazione Centrale.
E chi ascolta si dice che questa storia è assurda e folle, com’è possibile ammazzare come un cane un ragazzo, per dei biscotti? Com’è possibile che a farlo, insieme, siano il genitore e suo figlio, senza che l’uno sappia – senta il dovere – di neutraliz zare l’altro? Ci deve essere un’altra ragione, per spiegare cosa è successo a Milano, e dovrebbe rifletterci, chi assicura che è stato solo un tragico, esecrabile omicidio per futili motivi.
L’’altra’ ragione, è che quei ragazzi erano neri, e nero, benché cittadino italiano, era Abdul, 19 anni. I due baristi urlavano «Negri di m. ve la diamo noi una lezione», e li han sentiti in molti, tra quanti, svegliati dal baccano, si sono affacciati alle finestre. Se a insinuarsi nel bar fossero stati tre ragaz zi bianchi, come sarebbe andata? Due insulti, uno spintone, e poi quel «va’ a lavurà » brusco, ma non maligno, che si gridava a chi pretendeva qual cosa senza guadagnarselo, una volta, a Milano.
Già , c’era una volta Milano. Omicidi e rapine, sempre stati, ma inseguire con una spranga un ragazzo per dei biscotti, sfasciargli la faccia e andarsene lasciandolo moribondo, no, questa non è mai stata cronaca abituale, a Milano. È una storia impazzita questa di via Zuretti, a meno che non si prenda sul serio quel «sporchi negri, vi insegniamo noi» urlato da due uomini – padre e figlio – stravolti. Che giurano, ora, di non essere razzisti. Però, la moglie e madre dei due, da dietro il banco, ammette, riferiscono le cronache: «Sì, io sono razzista. Lo sono diventata, vedendo quello che succede nel quartiere». Dove, per carità , trovandoci dietro la Stazione Centrale di sera si cammina in fretta e inquieti, che pare d’essere, dopo anni di incuria, nelle retrovie di un porto, in un approdo di ogni fuga e miseria e espediente.
Ma proprio per questa paura dello straniero che si respira qui e altrove, occorre avere il coraggio di dire che il razzismo, con la fine di Abdul Guiebre, c’entra. Non lo hanno ucciso per due pacchi di biscotti. La ferocia è scoppiata alla vista di un branco di ragazzi neri che acciuffavano, come padroni, qualcosa dal banco. Una rabbia oscura allora dalle viscere è risalita, veloce come il sangue, alla testa dei due italiani, in un corto circuito esplosivo: e una mano ha afferrato una spranga, ed è partita la caccia.
Non era con ‘quel’ nero che ce l’avevano, non solo. In un istante, in un’alba di asfalto tra i semafori lampeggianti, un rigurgito di ferocia tribale, una faida da foresta, come ne scoppiano fra tribù primitive quando il proprio territorio è minacciato, o invaso. E allora giù colpi su Abdul, 19 anni, da Cernusco sul Naviglio, Abdul che in camera teneva il poster del milanista Ronaldinho. Non c’entra il razzismo, ripetono in molti ora, e preoccupa questo non voler vedere quale ombra si va insinuando fra noi.
Dal palco del raduno della Lega, a Venezia, proprio domenica il prosindaco di Treviso ha gridato: «Che gli immigrati vadano a pregare e p… nel deserto». E certo ha parlato l’anima più becera del partito: ma ci sarebbe piaciuto che qualcuno, dello staff leghista, se ne fosse dissociato. No, non è stato razzismo a Milano, dicono in molti, è stato un furto: due biscotti e una sconsiderata reazione. Sfortunato ragazzo, ha scelto il bar sbagliato.
Quanta ansia di rassicurarsi che non è successo niente. Di non voler vedere il segnale di un livido incanaglimento in una città che, una volta, per due pacchi di biscotti, benevola avrebbe borbottato: ragazzo, va a lavurà . (di Marina Corradi, Avvenire)


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