Ballarò e le cose mancanti
La TV fra propaganda e realtà
Il teatrino della politica si è rimesso in moto, con tutti i protagonisti dello spettacolo al loro posto, accomodati sulle poltrone dei talkshow. Ieri è tornato sugli schermi Giovanni Floris con il suo Ballarò: ospiti il ministro dell’Economia, Tremonti, il deputato piddino (nonché ex premier e ministro degli Esteri), Massimo D’Alema, il leader della Uil, Angeletti, e Federica Guidi, responsabile dei giovani di Confindustria.
A stuzzicare gli invitati sono stati chiamati due giornalisti bipolari tanto quanto i politici: a provocare Tremonti ecco la neodirettrice dell’Unità, Concita De Gregorio, ad insidiare D’Alema Mario Giordano, direttore del Giornale berlusconiano. Immancabile, in collegamento esterno, Nando Pagnoncelli con i suoi sondaggi. Che ha annunciato in partenza un dato tutto sommato verosimile e non proprio lusinghiero nei confronti della politica italiana: il 50 per cento dei nostri connazionali non sa che dire di questo governo.
Evidentemente non bastano le comparsate del Cavaliere a Viterbo in omaggio alla “macchina” di Santa Rosa (con l’annesso tributo popolare prontamente amplificato da tutti i Tg, nessuno escluso) per marcare sul selciato una scia di credibilità. Così come non paiono adeguati il bon ton dalemiano e la saccenza tremontina alla necessità di rassicurare un Paese e milioni di cittadini in grave difficoltà economica.
Andando con ordine, Floris ha interrogato subito l’ex premier sui 100 giorni del governo. La risposta di D’Alema è sembrata la reazione dell’amante brutalmente tradito, che ha deciso di chiedere il divorzio, ma non ha ancora iniziato l’iter. Dopo tre mesi di proclami bipartisan, il Pd ha capito di essere stato ingannato, pur sapendo che le barricate non si costruiscono da un giorno all’altro.
Così, ad esempio sul tema dei rifiuti campani, il dirigente democratico ha ammesso i successi del governo, attribuendone il merito al decreto firmato da Prodi, che diede il via libera all’avvio di due nuove discariche. Presto ci occuperemo di Chiaiano e scopriremo insieme cose interessanti.
Per il resto, D’Alema ha accusato il governo di vendere fumo, suscitando la piccata reazione di Tremonti, che ha decantato l’utilità per i cittadini delle misure “pratiche” messe in atto: dall’abolizione dell’Ici alla possibilità di spalmare la rata del mutuo su più anni, per non “strozzare” il proprietario indebitato.
Sarebbe stato facile evidenziare, in replica, il tasso di propagandismo contenuto in entrambe le decisioni: nel primo caso, la soppressione della tassa ha mandato in tilt i fragili equilibri finanziari della maggior parte dei comuni (aumenteranno le altre tasse locali? Verranno d’ora in poi negati servizi pubblici fino a ieri garantiti ai cittadini? La tassa che ‘stupisce’ è già decisa?). Riguardo ai mutui, è grottesco diffondere tra i telespettatori l’impressione di aver fatto un favore all’indebitato allungando i tempi delle sue rate: guardando il problema dall’ottica di una banca, è certamente preferibile tornare in possesso dei soldi prestati con qualche anno di ritardo, piuttosto che rischiare la bancarotta del cliente, visto che la burocrazia italiana non restituirebbe l’immobile all’istituto di credito in tempi rapidi.
Dunque, ad un governo lontano dall’aver risolto problemi, ma abile in tecnica pubblictaria, ha replicato un’opposizione remissiva, vagamente anestetizzata, qualche volta arrabbiata, anche se ironica, com’è nel carattere di D’alema. Ma mai inquivocabilmente chiara nel dire ai telespettatori che discussione non c’è perchè fatti non ci sono, ma solo ‘percezione indotta’. Basti pensare che il tema della riforma scolastica (ripristino dei voti e del grembiule, reintroduzione del maestro unico) ha galvanizzato il dibattito soltanto in seguito alla sollecitazione del conduttore.
Le tre ore di trasmissione hanno offerto anche qualche perla di illuminante demagogia. La migliore è stata sciorinata in materia energetica, quando Tremonti ha annunciato il ritorno dell’Italia in tempi brevi al nucleare. Tralasciando per un attimo la annosa questione dello smaltimento delle scorie (che divide da trent’anni gli esperti), si è chiesto il ministro quanti anni occorrerebbero per costruire una centrale nucleare? Eppure, di fronte alla televendita di un’enorme bufala, l’ex premier D’Alema non ha replicato. E neppure per idea il conduttore, un giornalista e non un vigile che dirige il traffico, ha ricordato al ministro che la costruzione di una centrale impegna almeno dieci anni di lavori. Per cui quando sarà finita la prima, nel 2018 se si comincia domani a recintare il terreno, si suppone l’Italia sarà già stata strangolata dal costo del gas e del petrolio.
L’autunno sarà caldo, scrive qualcuno. C’è da dubitarne, vista la siderale distanza tra il teatrino e il mondo nel quale vivono i cittadini, per altro spesso tenuti all’oscuro dei fatti e nutriti di propaganda.


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