Alitalia nel triangolo delle Bermude
Oggi potrebbe essere il D-Day per Alitalia. Dopo giorni passati a discutere è arrivato il momento della verità . Tuttavia siamo in Italia, dove l’ultimatum ha orario variabile. Inutile cimentarsi in previsioni. Un solo fatto e certo, ventimila persone rischiano di cadere in un dirupo.
All’eroporto di Fiumicino c’è un posto che i viaggiatori non frequentano: il varco per il personale. Per esser più chiari l’ingresso dei lavoratori. Qui i dipendenti di Alitalia si ritrovano da giorni, per discutere, aspettare, far capire che non accettano di essere trattati come pacchi, trasportati in una nuova compagnia senza aver diritto di parola.
Nello stretto e lungo piazzale a ridosso degli edifici dei terminal, le donne e gli uomini delle linee aeree nazionali vivono giornate difficili. La loro vita, il futuro, tutto quello che hanno costruito rischia di andare in frantumi. Oggi alle 15 e 50, l’ora scelta di Colaninno per chiudere il check in, sarà un prendere o lasciare, salire sullo sgangherato monomotore acquistato dalla cordata per traghettare le areolinee italiane chissà dove o rimanere a terra, sul prato della pista, ad aspettare che l’elicottero di salvataggio li trasporti in un posto ignoto.
A guardarli ‘in borghese’, senza le divise blu dei piloti coi gradi dorati sulle maniche, senza le eleganti gacche verdi delle assistenti di volo o le tute dei meccanici, questi ‘antipatici’ lavoratori strapagati e viziati, i bamboccioni del cielo, sono degli esseri umani come tutti gli altri.
Nel brusio, un rumore di fondo omogeneo, prodotto da mille piccole conversazioni. Avvicinandosi ai tanti gruppetti che confabulano si rubano scampoli di discorsi.
“Che farà la Cgil, alla fine firmerà e accetterà il piano di quelli”, dice uno, mentre l”altro risponde: “Tanto noi di qua non ci spostiamo, non possiamo accettare quel contratto”.
Due metri più in là una ragazza si mette d’accordo con una amica per ‘sistemare’ i bambini, mentre altri cinque parlano del silenzio dei giornali sulle loro ragioni, sui motivi che li hanno spinti a rifiutare le proposte di Colaninno. Due si salutano, non si vedevano da anni. In gran parte di questi micromeeting compare di volta in volta il nome di Berlusconi e non sembra raccogliere molto consenso.
E’ strana la vita degli assistenti di volo e dei piloti. Loro hanno un luogo di lavoro mobile, sempre diverso, l’aereo. Un metalmeccanico la mattina timbra il cartellino, raggiunge il suo posto ed ha fianco il suo collega abituale. A mensa ci si ritrova, si chiacchiera insieme. L’uomo della posta entra nella sua agenzia e incontra Marta, la collega di ogni giorno. Tra una raccomandata e le bolette si guardano, si sorridono, si arrabbiano ed a fine giornata si danno appuntamento per il giorno dopo. Il chirurgo entra in sala operatoria, mette su la musica e comincia ad operare: col suo anestesista, col suo assistente, con la sua infermiera, con la sua equipe.
I lavoratori volanti non hanno l’abitudine, gli equipaggi ruotano continuamente, non c’è consuetudine alcuna. Scivendo ad InviatoSpeciale uno di di loro ci ha detto: “Siamo strani noi. Siamo persone che stanno continuamente a contatto di una miriade di esseri umani che in poco tempo diventano personaggi con nome e cognome. E’ tanto il desiderio di comunicare e sentirsi uniti che la conoscenza di un volo diventa per la vita. Magari non parliamo con il vicino di casa da 40 anni”.
Lo stereotipo così popolare del pilota in cabina, seduto su una bella poltrona imbottita e pronto per un bel martini con oliva, dell’hostess in tailleur, bella come il sole e sempre fresca e riposata, in attesa della cena con l’emiro, in questo piazzale dell’attesa si smonta di fronte alla realtà .
Tra questi ventimila appesi ad un filo ci sono migliaia di operai, meccanici, elettricisti, segretarie, contabili, autisti. Loro non volano mai, stanno inchiodati alle ore di lavoro, per permettere alle macchine volanti di partire. E quelli che volano le comodità le hanno a casa, quando tornano, dopo ore di volo, una giornata in piedi, a camminare su è giù per la carlinga, a soddisfare le bizzarre richieste dei passeggeri, a giocare a rimpiattino col jet lag.
Perchè quest’Alitalia è un sistema complesso, assolutamente diverso dalla fantasia del cittadino medio, quello che telefonando ad una radio sostiene: “Licenziateli tutti, che ce ne facciamo d questi fannulloni con gli stipendi altissimi”.
Qui c’è gente che prima di essere assunta è stata ‘stagionale’ per sei, sette, otto anni. Ci sono ragazzi e ragazze che sono precari, per i quali non ci sarà cassa integrazione, ammortizzatori sociali, ma un bel tonfo per terra da diecimila metri d’altezza senza paracadute.
Dov’è nata l’immagine tanto diffusa del lavoratore privilagiato?
La riflessione per i giornalisti dovrebbe essere obbligata, perchè forse si è fatto, in passato ed oggi, qualche errore di superficilità . Stampa e televisione hanno confezionato il vestito, ma hanno sbagliato le misure.
I fatti incredibili, fino a sembrar folli, come quello del cargo da Malpensa, pieno di ghiaia, riempito di un peso inutile in modo da non farlo rovesciare al momento del carico perchè non c’è nessuno in grado di imbarcare pesi senza fare danni, i giornalisti non li scrivono. I bricchi per il caffè comperati al doppio del prezzo di un negozio, le penne dal costo stratosferico. Sono le piccole cose, quelle grandi, si spera verranno fuori guardando i libri contabili, quando la magistratura comincerà a fare addizioni e sottrazioni.
Ma gli esseri umani-lavoratori di Alitalia che c’entrano? Non è il caporale che perde la battaglia. Nella Waterloo della compagnia di bandiera non ci sono strateghi, Napoleone è andato al mare, lo stato maggiore ha preso le ferie. Com’è possibile?
I soldati sono diventati i capri espiatori di una gestione dissennata e oggi ne pagano le consueguenze. Forse hanno una responsabilità , non aver denunciato per tempo le follie di una gestione imposta dalla politica (come sempre i partiti) e mediata da un atteggiamento sindacale attento alle questioni normative, ma non disposto foss’anche a scioperare per ‘il futuro’.
Oggi, salvo imprevisti, atterrerà l’ultimo aereo di Alitalia. Lo sconquasso del sistema fnanziario mondiale potrebbe indurre gli imprenditori, capitani di un’armata Brancaleone, a ritirarsi in buon ordine, per contare gli spiccioli persi in due giorni devastanti per i mercati di tutto il pianeta.
Il governo ha già lanciato la sua controffensiva, Cgil e sindacati aziendali sono dei fantastici colpevoli, dagli al comunista! In un Paese dove se ne vedono davvero pochi, ma non fa niente, lo slogan funziona sempre, chissà perchè.
In una riunione i dissidenti, i non allineati a governo, Cai, Confindustria, Cisl, Uil e Ugl, ovvero la quasi totalità dei lavoratori di Alitalia, hanno preparato la controroposta per un imbarco last minute.
Berlusconi, c’è da scommetteci, ha tra le mani il sondaggio del giorno. Forse il destino della compagnia dipende più da quello che dalla preoccupazione per la vita degli avieri senza generali.


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