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Alitalia, il giorno dopo

Autore: . Data: martedì, 30 settembre 2008Commenti (0)

Il silenzio sta forse per avvolgere il caso Alitalia. Adesso le premesse dovranno diventare impegni concreti, ma la lunga vita della Compagnia italiana si è conclusa.

Oggi è il giorno dopo. Per i lavoratori di Alitalia si spengono le luci dei riflettori e si aprono le stanze del mattatoio. Moltissimi di loro lasceranno l’azienda, sono ‘esuberi’, cioè licenziati, altri saranno ‘dislocati’ a centinaia di chilometri dalle loro città di origine e chi resta si dovrà abituare ad un nuovo e poco rassicurante padrone.

Usati oltre i limiti della decenza, questi esseri umani non servono più al teatrino della politica e, probabilmente, lasceranno il posto agli insegnanti, le nuove vittime predestinate della ‘modernizzazione’ del Paese.

il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ricostruendo la vertenza Alitalia in un colloquio con alcuni quotidiani, ha detto: “Ma vi rendete conto? Epifani era già convinto di firmare. Veltroni ha fatto il diavolo a quattro per fargli dire di no. Poi, però, si è reso conto che l’85 per cento degli italiani stava con il Governo. Anche D’Alema ha chiesto a Walter se fosse impazzito e così gli è toccato tornare indietro”.

Le parole dell’Uomo della Provvidenza, vere o false che siano, mostrano uno scenario raccapricciante. Un mondo della politica vorace e invasivo, insensibile ormai del tutto alla vita dei cittadini, che gioca le sue partite a scacchi ignorando i termini più elementari della democrazia.

Le funzioni, i ruoli, la divisione dei poteri, i diritti di rappresentanza non ci sono più, in una confusione che non avrà mai fine, perchè all’orizzonte non si vedono ‘persone’ (indipendentemente dallo schieramento di appartenenza) in grado di invertire la rotta, in possesso di requisiti personali, caratteriali e professionali capaci di svegliare un’opinione pubblica dopata dal sonno profondo in cui è caduta.

Adesso che la ‘promessa’ elettorale del premier è stata mantenuta e la ‘cordata italiana’ ha comperato la Compagnia di bandiera, cominciano a circolare le prime parole non propagandistiche.

Il Commissario europeo per i Trasporti, Antonio Tajani, comunica all’improvviso: “Per avere un giudizio positivo da parte dell’Ue, il nuovo soggetto deve essere più piccolo, perchè deve aver acquistato non tutta la Compagnia, ma una parte degli asset a prezzi di mercato. Inoltre devono essere fatti nuovi contratti di lavoro. Per ottenere il via libera dell’Unione Europea ci dev’essere “discontinuità” tra la nuova e la vecchia Alitalia. E’ necessario che la nuova Compagnia non sia considerata di fatto erede della vecchia con tutti i pesi che aveva compreso il prestito ponte. Abbiamo il sospetto che si tratti di aiuto di Stato, non compatibile con le regole dell’Unione. Stiamo verificando. Se la nuova Compagnia è in discontinuità con la vecchia allora è un problema della vecchia Compagnia, in caso contrario, la nuova Compagnia si dovrà fare carico della restituzione dei 300 milioni di euro”.

Ma la ‘nuova Alitalia’ non doveva tenere alto nel mondo il tricolore? Come farà se deve essere “più piccola”? Come fa ad essere “più piccola” una Compagnia che è la fusione di due aziende diverse e smantella l’idea stessa di concorrenza nel trasporto aereo nazionale?

La logica si scontra da sempre con la complessità delle normative, ma in questo caso davvero ci si trova davanti ad un mistero insolubile.

I dubbi sollevati da molti specialisti su tutto ‘l’affaire’ non sono di certo fugati, ma ormai il ‘pacchetto’ è chiuso, il fatto è compiuto, i soliti noti l’hanno vinta.

Con un suo sondaggio, Mannheimer ha trovato alcuni dati interessanti. Il sindacato, rispetto allo scorso anno perde 19 punti in fiducia, fermandosi ad un 23 per cento della popolazione. Secondo un’altra ricercatrice, Alessandra Ghisleri, è stramazzato al 16.

Per l’opinione pubblica Berlusconi è l’artefice della soluzione della crisi Alitalia, con un bel 49,2 per cento, mentre Veltroni, con il suo tentativo di ‘infilarsi’ nel pasticcio inventato dal Cavaliere, resta fermo ad un misero 1,7.

Il leader dell’opposizione ombra, con le sue ultime dichiarazioni ha raggiunto, tuttavia, un risultato: l’11,8 per cento degli italiani ritiene Gianni Letta il ‘vero’ salvatore della Compagnia.

Veltroni infine raggiunge col suo Pd il 28 per cento di fiducia, mentre il centro-destra arriva al 52,2. Di Pietro, considerato a sinistra di destra ed a destra di sinistra è al 5,3 per cento.

Il Paese è sempre più ostaggio dei partiti, la politica (quella degli ideali e dei sogni) non c’è più, la stampa non controlla, ma asseconda i poteri appoggiando i diversi schieramenti in uno scenario forse unico per tutto l’Occidente.

Un giornalista, secondo alcuni ‘simpatizzante’ del Pdl, Augusto Minzolini, scrive su ‘La Stampa’: “In realtà l’autoesaltazione che Veltroni ha dato del suo ruolo, cui hanno contribuito non poco i media, è un tentativo di coprire quanto è avvenuto: cioè un’operazione politica, fin troppo scoperta, di sminuire la funzione del premier e del suo governo, di non regalargli un altro successo dopo quello sui rifiuti. Al di là delle tante parole spese nella querelle, infatti, un dato è certo: l’accordo che Guglielmo Epifani ha firmato nel week-end era, a parte modifiche davvero secondarie, identico a quello che il segretario della Cgil aveva bocciato la settimana precedente”.

Anche in questo caso poco importa se la considerazione di Minzolini abbia un fondamento reale. Stupisce la ‘tranquillità’ con la quale viene descritta una trama nella quale il destino dei cittadini-lavoratori è dimenticato. Il confabulare di palazzo annulla le deleghe che gli elettori forniscono ai parlamentari e le ‘trattative’ si svolgono sulla base di interessi che poco hanno a che vedere con le esigenze e le aspirazioni degli italiani.

InviatoSpeciale ha seguito la vicenda di Alitalia con attenzione e speriamo obiettività. Da oggi cercheremo di continuare a farlo, perchè dopo le battaglie campali adesso si apre la guerra di trincea, quella che vedrà diventare concreti i punti generali contenuti nell’accordo. E se l’esperienza ha un significato sarà possibile vedere numerosi conigli uscir fuori dal cappello magico del prestigiatore.

Quello che non potremo più fare sarà raccontare la vita dei tanti lavoratori che in questi giorni ci hanno permesso di capire cosa stesse accadendo. Loro da questo momento sono soli, dispersi nelle città, al lavoro per il tempo che resta, in attesa di sapere come saranno i loro prossimi anni.

La responsabilità della cultura sindacale, di tutte le organizzazioni, in questo dramma è evidente. Anche chi con onestà e in buona fede, fino alla firma finale, ha cercato di stare dalla parte dei dipendenti della Compagnia e senza far calcoli di schieramento politico ha sbagliato.

Gli uomini e le donne di Alitalia sono stati tenuti per anni ed anni separati, i meccanici dagli assistenti di volo, i piloti dai centralinisti, gli adetti alle merci dal personale di terra. Ognuno convinto di avere un ambito ed una specificità, qualcuno certo di essere più indispensabile del suo collega. Ed oggi hanno perso tutti, com’era prevedibile, perchè il mondo del lavoro ha solo due possibilità per difendersi dagli attacchi del padronato: solidarità e unità.

Chi ha rifiutato l’accordo con Air France-Klm perchè voleva ‘garanzie’ oggi con Cai le garanzie le ha perse del tutto. Chi, come i piloti, pensa di aver trovato uno spiraglio per mantenere prestigio e potere firmando un accordo disdicevole non sa che il conto è già stato scritto, prima di tutto perchè nella stessa categoria i dubbi sono molti ed in tanti cominceranno ad essere inquieti.

Gli stagionali e il personale di terra che manifestavano per l’accordo con Cai, seguendo Cisl, Uil e Ugl, sperando di ottenere qualche caramella a buon prezzo vedanno con la delocalizzazione e l’efficientismo medioevale di un gruppo di industriali pre-digitali crescere i rapporti di lavoro anomali e diminuire stipendi e libertà.

Il leader della Cgil, Epifani, che ha sostenuto di aver strappato garanzie per i precari dovrà spiegare a chi prende novecento euro al mese che per continuare a faticare a caso sarà necessario trasferirsi chissà dove.

E Berlusconi, Colaninno e compagni sapranno gestire ‘la baracca’, mantenere i prezzi dei biglietti ‘normali’ e non far pagare agli italiani il conto salatissimo di un’operazione del tutto demagogica?

L’isolamento nel quale questi lavoratori sono stati lasciati, l’opposizione dell’opinione pubblica, la totale incapacità di dialogare con la stampa, già di suo incapace a capire, ma partigiana e parziale, sono da ascriversi, infine, alla ‘vecchiezza’ della cultura sindacale.

Questa epoca è differente dalle esperienze del passato e la società dell’informazione richiede non solo la ‘capacità tecnica della trattativa’, ma anche la comprensione dei metodi  per comunicare. Fin dall’inizio della vertenza il Paese stato inondato di notizie distorte, manipolate, inesatte. Il sindacato ‘del novencento’ neppure è stato in grado di capirlo ed alcune organizzazioni hanno subito il pressing scatenato contro i lavoratori Alitalia senza neppure immaginare di dover prendere immediate contromisure per mutare quella linea di tendenza.

Insomma, tutto è stato avvolto da un’aria di improvvisazione, generica e sciatta. Fotografia fedele di un Paese in declino.

A noi mancheranno le lunghe conversazioni con i tanti dipendenti di Alitalia e già siamo preoccupati per gli operai della Merloni, per maestri delle elementari, per gli infermieri e le centraliniste.

Nonostante i tanti numeri preoccupanti sull’occupazione, i prezzi, la qualità della vita assistiamo impotenti alle rincorse di rappresentanti del popolo in altre faccende affaccendati.

Roberto Barbera


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