I dilemmi di Tzipi Livni
La nuova stella della politica israeliana non ha affatto un cammino facile da percorrere. Alla fretta di molti commentatori sarebbe utile sostituire la pazienza. L’articolo di un lettore per “Tu inviato”.
ll giorno dopo la vittoria su Shaul Mofaz, attuale Ministro dei Trasporti dimissionario del governo Olmert, alle primarie del partito centrista Kadima, per Tzipi Livni la pragmatica Ministro degli Esteri del gabinetto uscente iniziano le vere difficoltà.
Se da una parte infatti l’apertura ai palestinesi ha fatto guadagnare alla nuova “donna di ferro” della politica israeliana il consenso della maggioranza della gente che si pone al centro dello schieramento politico, ormai stanca di un pluridecennale stato di guerra con i vicini arabi, dall’altro è ancora troppo presto per definire la Livni come la “ nuova Golda Meyr”.
I prossimi mesi ci diranno qualcosa di più sulle qualità di questa donna, nata in una famiglia di pionieri e cioè di coloro che, sfidando il blocco navale britannico nell’immediato dopoguerra dopo il famigerato Olocausto, conquistarono la Terra Promessa.
Da giovane la Livni, obbedendo ad una tradizione familiare, militò nelle fila della destra, poi si arruolò nell’esercito ed infine fece parte del Mossad, il temibile ed efficiente servizio segreto del paese di David.
Rientrata in politica al fianco del “ mitico” Ariel Sharon, con cui fondò la nuova formazione politica di centro denominata Kadima, ora dovrà dimostrare agli israeliani, dopo il disastroso governo di Olmert che oltre ad aver condotto una contestatissima e disastrosa campagna di guerra nel sud del Libano è stato costretto a rassegnare le proprie dimissioni a seguito di una storia di corruzione, che Kadima è in grado di reggersi autonomamente ed indipendentemente dalla presenza del suo fondatore Sharon.
Il Likud, cioè la destra politica del Paese, ovviamente è interessato a dimostrare il contrario, che cioè la formazione centrista è un tipico partito personale che si identifica solamente in Ariel Sharon, che ora vegeta in un letto d’ospedale a causa di un ictus che lo ha colpito l’anno scorso, non in grado di sopravvivergli, senza una precisa identità.
Netanyahu, il leader del Likud, infatti mira a riprendersi gran parte dei voti del Kadima, impedire la nascita di un governo Livni che non sia transitorio e di minoranza, ed andare ad elezioni politiche anticipate, vincerle e costringere quello che resta del Kadima all’opposizione insieme al Labour Party di Barak.
Non è detto che un eventuale governo del Likud non incida profondamente nella giovane storia israeliana conducendo il Paese ad una storica pace con il mondo palestinese, ma ora la Terra di Sion deve risolvere contemporaneamente tutta una serie di gravi problemi quali la recessione economica, l’impoverimento della sua popolazione, dovuti anche al fatto che Israele si trova costretto a spendere ingenti capitali in campo militare, la minaccia di un attacco atomico proveniente dall’Iran integralista.
Livni assicura che, in un clima politico rinnovato, si occuperà di tutti questi problemi ma allo stesso tempo avverte che propedeutica al tutto è una pace con i palestinesi. Il partito ortodosso Shas, già in maggioranza con Olmert e numericamente decisivo, è invece contrario ad una pace immediata sostenendo che sia meglio al momento fiaccare le baldanzose aspirazioni palestinesi che potrebbero portarli a richiedere pure la sovranità sulla vecchia Gerusalemme, cosa per loro improponibile.
Netanyahu ovviamente punta molto sul rifiuto di Shas a sostenere un eventuale gabinetto Livni. Se l’ex ministro degli Esteri la dovesse spuntare, e per fare questo deve necessariamente trovare un accordo con Mofaz da lei battuto alle primarie di Kadima, dimostrerebbe la sua statura di statista. In caso contrario con magari una disfatta alle politiche anticipate per Kadima si aprirebbe un periodo di grandi sofferenze. Forse è ciò che Mofaz desidera, considerato che a Gerusalemme più di un osservatore di cose israeliane scommette su un suo accordo con Netanyahu.
Sergio Bagnoli


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