Mistero Xinjiang
L’attentato nella regione uigura, dove si concentra la minoranza musulmana. Le Olimpiadi che stanno per partire. Le supposizioni su chi vuole mettere in difficoltà Pechino. Una situazione molto più complicata di quanto si legge sui media.
Sono le 8 del 4 agosto 2008 a Kashgar, città all’estremità ovest della Cina, e un gruppo di poliziotti di una postazione di frontiera sta facendo i soliti giri di corsa mattutini. Improvvisamente un camion della spazzatura si dirige verso di loro che vengono subito dopo colpiti dall’esplosione di due granate. A questo punto i due guidatori del camion scendono e cominciano ad accoltellare le guardie. Quattordici muoiono sul posto, altre due mentre vengono trasportate all’ospedale e altre 16 rimangono ferite. Così l’agenzia di Stato cinese Xinhua ricostruisce il tragico evento che ha scatenato una serie di supposizioni mediatiche a quattro giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Pechino.
Nonostante i due attentatori siano stati catturati vivi e identificati come due uiguri di 28 e 33 anni, Xinhua dichiara che le indagini sulla dinamica di quello che si suppone un attentato sono ancora in corso. Non si sa, dunque, chi ha organizzato l’azione di stampo terrorista, che non è stata ancora rivendicata.
E’ dietro l’angolo, tuttavia, il rischio di definire prematuramente e in modo semplicistico l’attentato come opera del terrorismo islamico legato alla famigerata al-Qaeda. Gli uiguri, infatti, sono una minoranza di 9 milioni di musulmani che abita nella regione nord-occidentale dello Xinjiang (al confine con Mongolia, Russia, Tagikistan, Kirgizistan, Afghanistan, Pakistan, India) e ha prodotto alcuni movimenti indipendentisti, ma di basso profilo. Ciò significa che finora non si è mai generata un’azione di guerriglia o di pressioni ad alta intensità contro Pechino, che riconosce lo Xinjiang come una regione autonoma al pari del Tibet.
Il rischio di attacchi da parte di estremisti uiguri a ridosso delle Olimpiadi è stato
però evocato dal governo cinese più volte. Pechino dice che i ribelli uiguri stanno mettendo in atto una campagna violenta contro lo Stato pianificando attentati, sabotaggi e sommosse. Dopo l’11 settembre 2001 ha dichiarato che i separatisti uiguri sono legati ad al-Qaeda e sono stati addestrati dagli estremisti islamici in Afghanistan.
Finora, tuttavia, non ci sono prove che avvallano le tesi del governo cinese. Anche i 20 uiguri arrestati dall’esercito statunitense, dopo l’invasione dell’Afghanistan, restano imprigionati da sette anni a Guantanamo senza che siano state formulate accuse esplicite contro di loro.
L’ultima rivendicazione da parte dei separatisti uiguri è stata fatta dopo le esplosioni a Shanghai e Yunnan del mese scorso dal Partito Islamico del Turkestan, ma in tale occasione Pechino ha negato che si trattasse di azioni terroristiche. Il quadro sul presunto terrorismo uiguro si fa sempre più complicato.
Le organizzazioni umanitarie, intanto, cercano di spostare l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani compiute dale autorità cinesi a danno della popolazione uigura. L’Associazione per i Popoli Minacciati oggi ha dichiarato: “ Mettiamo in guardia dalla tentazione di voler semplicisticamente marchiare l’intera popolazione uigura come terrorista. […] Nessuna altra minoranza in Cina è colpita da arresti arbitrari e condanne a morte come gli uiguri”.
E riporta: “Dall’inizio dei disordini in Tibet nel marzo 2008 anche nel Turkestan orientale (Xinjiang, ndr.) è notevolmente aumentata la repressione delle forze di sicurezza cinesi. Tra marzo e giugno 2008 almeno 760 uiguri sono stati arrestati per motivi politici e nelle scorse quattro settimane la polizia cinese ha perquisito più di 200 esercizi commerciali di uiguri. Durante le perquisizioni la polizia cercava, tra le altre cose, fotografie della presidentessa del Congresso Mondiale degli Uiguri Rebiya Kadeer, attualmente in esilio negli USA. Chi è stato trovato in possesso di una fotografia dell’ex prigioniera politica è stato arrestato”.
Nella primavera 2008 i mezzi d’informazione cinesi avevano informato di un presunto dirottamento aereo e dell’assalto a un appartamento cospirativo di una cellula terrorista di Urumqi, capoluogo dello Xinjiang. Ma “dopo aver sentito diversi testimoni oculari – continua l’Associazione – entrambe le notizie erano state definite ‘poco credibili’ da esperti internazionali di terrorismo”. Secondo alcuni analisti Pechino ingigantisce la minaccia uigura per giustificare la repressione nella regione, dove verrebbe incentivata l’immigrazione di massa della popolazione han (il maggior gruppo etnico del Paese) proprio come in Tibet.
L’ultimo interrogativo è: ci sono legami fra le ultime rivolte tibetane e il massacro di poliziotti dello Xinjiang? Chi vuole realmente indebolire Pechino? Il mistero si infittisce.
Francesca Lancini


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