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La sfida e la Frontiera

Autore: . Data: mercoledì, 27 agosto 2008Commenti (0)

Alla convention democratica di Denver ha parlato, mentre in Italia era notte, Hillary Clinton. InviatoSpeciale è un piccolo e giovane giornale online, perchè si occupa per due giorni di seguito di elezioni americane, mentre tutti i grandi giornali sono lì coi loro inviati e la sfida appare impossibile?

La nostra convinzione è che l’informazione nazionale sia malata, occupata a trasformare avvenimenti di grande interesse in gossip. L’epoca digitale permette metodi di lavoro nuovi per i reporter. Si dispone in tempo reale di informazioni, commenti, cronaca. Non è necessario aspettare per sapere. Le tv trasmettono in diretta, la rete consente di cercare. Il tempo si è dilatato, il presente è davvero immediato. Insomma, è più facile narrare i fatti.

Abbiamo scritto dei Kennedy e di Michelle Obama. Oggi è il turno di Hillary Clinton. Gli Stati Uniti sono stati la terra della Frontiera. Un Paese dove un povero emigrato arrivava dall’Europa senza un soldo nelle tasche, comperava una pistola e partiva per le praterie. Qualche volta a qualcuno andava bene, riusciva a prendersi un fazzoletto di terra, evitava di farselo portar via, andava in una lavanderia cinese dove gli asiatici utilizzavano l’urina (si l’urina, il sapone non c’era) per il bucato e poi andava ad ubriacarsi al saloon. Una specie di western meno coreografico, ma altrettanto violento. Un posto, l’America, nel quale c’era davvero il carcere di Yuma, Arizona (la città del film sul treno), che fu inaugurato il primo luglio del 1876, quando da quelle parti arrivavano i primi coloni e la legge non era del tutto nota. Un marchese italiano, Cesare Beccaria, nel 1764, più di un secolo prima, aveva scritto in Italia un libro sul tema della giustizia, che arrivava a dimostrare l’inutilità sociale della pena di morte. Per quella prigione in Arizona, per tutta l’America, il recupero del condannato non era previsto. A Yuma ci passarono per 33 anni oltre tremila prigionieri, in edifici infernali, torridi di giorno e ghiacciati di notte, con celle di meno di dieci metri quadrati, nelle quali alloggiavano, si fa per dire, sei detenuti. Tra quei criminali c’erano pluriomicidi fantasiosi e crudeli, persino 29 donne killer. Erano assassini di uomini e donne o poligami e erano tenuti a spaccare pietre sotto il sole del Far West fino a che morivano di stenti. Se c’era uno sciagurato particolarmente cattivo lo mettevano in una stanza buia, da solo, incatenato al pavimento di terra battuta e lo lasciavano lì, senza quasi più curarsene. Comunque i banditi avevano motivi per essere contenti, finire impiccati seduta stante per il furto di un cavallo era peggio, molto peggio.

Se non si comprende che, nonostante oggi gli Usa siano il Paese più sviluppato del pianeta, la cutura della Frontiera non è stata dimenticata non si capisce quasi nulla della grande potenza planetaria. Certamente non una convention politica o l’idea che molti americani hanno della vita.

Le bande, le fanfare, i balletti ed i costumi surreali, i cartelli e le urla, i fischi e i tradimenti, i grandi oratori e i delegati con sguardi adoranti sono quel che rimane della storia di un popolo che non è nazione, ma somma di genti per nulla convinte di dover convivere sullo stesso territorio. Oggi, a Los Angeles per esempio, quella idea di territorio, di possesso dello spazio, di conquista e di dolore c’è nelle zone della città più povere, dove le gangs di ispanici, di neri, financo di asiatici, si scontrano per un angolo nel quale vendere droga e si uccidono per poter dire: “Questo isolato e mio”.

Così appare stucchevole la cronaca da solotto di molti inviati, per nulla capaci di spiegare cosa stia succedendo a Denver, ma impegnati nel colorare di provincialismo le proprie cronache, convinti chissà perchè di capire quello che non c’è da capire.

Ieri preannunciavano un discorso di Hillary Clinton vagamente ostile ad Obama, dopo una campagna elettorale durissima, che aveva prodotto uno scontro terribile tra i due candidati democratici. Pensare alla Frontiera e comprendere come l’asprezza, anche la più drammatica, sia assorbibile dagli americani in un processo nel quale alla fine gli interessi ‘del gruppo’  diventano, almeno agli occhi della moltitudine, prevalenti è facile, se davvero si è stati un paio di ore in un bar di Mexicali, a qualche centinaio di chilometri da Yuma, a parlare con un barista ed una puttana di confine. Non in un grande albergo di San Francisco a chiacchierare coi colleghi tra un margarita ed un daiquiri.

Poi, gli affari sporchi, i dissensi e le pregresse questioni ancora aperte avranno un ‘Ok Corral’ nel quale trovare soluzione, tra i corridoi ovattati ed austeri del Congresso o in qualche stanza meno nota della Casa Bianca. E se ci si trova di fronte ad un problema più complicato si uccide. John Kennedy, 22 novembre 1963 – Malcolm X, 21 febbraio 1965 – Martin Luther King, 4 aprile 68 – Bob Kennedy, 6 giugno 68. O si scopre un presidente corrotto e manipolatore come Richard Nixon fino a costringerlo alle dimissioni il 9 agosto 1974. E l’elenco potrebbe essere interminabile ad avere il tempo di ricordarsi tutto.

“Sono orgogliosa di essere quì come madre, come democratica, come senatrice di New York, come americana e sono un’orgogliosa supporter di Barack Obama. Non conta se avete votato per me o per Barack. Ora è il momento di essere uniti come un solo partito, con un unico scopo. Non avete lavorato così duramente negli ultimi diciotto mesi o resistito negli ultimi otto anni per soffrire con altre leadership fallimentari”. Ecco le parole della ‘nemica’ Hillary per Barak, prevedibili come l’arrivo di un monsone, perchè parte di un gioco nel quale in palio c’è la presidenza degli Stati Uniti.

La Clinton ha aggiunto: “No way, no how, no McCain”, in parole povere e con una traduzione a senso: “Per McCain non c’è storia!”.

Ci siamo già occupati di una inviata del Corriere della Sera, Maria Laura Rodotà. Ci stupisce che oggi, il prestigioso giornale milanese, apra la sua edizione online con un articolo nel quale, tra l’altro, la signora scive: “Pessime notizie per le donne, tanto per cambiare. Insomma, in parte sarebbero ottime: la prima donna nella storia ad avere la chance di diventare l’uomo più potente del mondo, una volta sconfitta, ha affrontato il suo partito e il mondo come una regina. Netta nell’appoggiare il candidato scelto; forte nel ricordare al candidato di combattere le sue, di lei, battaglie (assistenza medica universale anzittutto); responsabile nel cercare di evitare, anzi nel vietare, divisioni che porterebbero a un’inevitabile sconfitta. Appunto. Hillary Clinton è appena stata responsabilissima. Come sono tante volte –non è una novità- le matriarche di fronte a una crisi, le madri con figli nei guai, le mogli tradite, le donne abbandonate e quelle, come lei, che non hanno abbandonato e insieme al marito hanno affrontato enormi trionfi e colossali pasticci”.

Un peccato non accorgersi che il candidato Obama è un afroamericano, non comprendere come una donna bianca, avvocato di grido, ex first lady, sarebbe stata la prima donna “uomo” (che pessima immagine) presidente, ma che quei quattro uomini uccisi, quei quattro fantastici leader assassinati negli anni sessanta, erano uniti tra loro dalla battaglia per l’integrazione razziale e che la questione negli Usa è ancora aperta. La contrapposizione donne, neri, ispanici, radical o liberal, è banale.

Ted Kennedy, tra l’altro, aveva detto ieri: “Ci sono tante sfide da affrontare, ma le possiamo affrontare solo con lui. Obama sarà capace di chiudere il libro della vecchia politica e di scrivere capitoli gloriosi per il nostro Paese. Dicono che i principi di Obama siano troppo alti, ma quando l’America decise di andare sulla Luna, mio fratello John non si chiese quanto fosse lontana. Ora c’è una bandiera americana che sventola sulla sua superficie. Abbiamo raggiunto la Luna, lo possiamo fare ancora”.

E’ la prima volta che la famiglia Kennedy con così gran forza e tutta insieme appoggia un candidato. Poi, sulla questione dell’assistenza sanitaria il vecchio ‘zio Ted’ aveva aggiunto: “Eleggendo Obama avremo la garanzia che ogni americano, dal nord al sud, dall’est all’ovest, giovane o vecchio, avrà una qualità dell’assistenza sanitaria come un diritto fondamentale e non come un privilegio”. Signora Rodotà, l’assistenza sanitaria pubblica è questione complicata dall’altra parte dell’oceano e non è per nulla detto che gli auspici di oggi diventeranno realtà domani, perchè gli interessi sono immensi e per loro si può far di tutto, davvero di tutto. Comunque il ricordo ‘vincolante’ della Clinton ad Obama sulla materia sanitaria era, secondo il partiarca dei Kennedy, ieri, un fatto già dato per scontato nel programma del candidato presidente. Come la mettiamo?

Insomma, perchè esiste un giornale? Per raccontare a chi non ha la possiblità di esserci quello che accade. Se si fa altro, se si racconta altro, se si trasforma la realtà, si forniscono elementi di conoscenza non corrispondenti ai fatti e si rischia di ammalare un Paese intero.

La convention del Pepsi Palace è semplicemente l’inizio di un viaggio nel quale, come abbiamo scritto ieri, un figlio dell’Africa potrebbe diventare presidente. Da domani il cammino si fa davvero impervio, perchè la Frontiera non è un luogo accogliente e l’afroamericano Barak per alcuni potrebbe essere troppo ingombrante. Per fortuna, per molti altri, l’outsider nero ha riscoperto ‘il sogno americano’. Cosa non da poco, per il mondo intero.

E per concludere con le parole di Hillary: “Mai arrendersi, insieme possiamo fare la storia. Dovete chiedere a voi stessi se siete in questa campagna solo per me o se lo fate per tutti coloro che sono stati considerati invisibili dal governo Bush. Questa è una battaglia per il futuro, che dobbiamo vincere insieme”.

Roberto Barbera

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