La guerra d’Ossezia
In un luogo lontano del mondo, il Caucaso, esiste un posto chiamato Ossezia. Lì adesso c’è una guerra che potrebbe portare Russa e Georgia ad un conflitto totale. E gli americani non stanno solo a guardare.
Lo scenario
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il territorio dell’Ossezia fu diviso. Una parte, quella settentrionale, divenne la Respublika Severnaya Osetiya-Alaniya, un’altra, quella meridionale, è parte della Georgia, che nel 1991 abolì l’autonomia della regione, provocando l’esodo di decine di migliaia di persone verso il nord e l’inizio di un conflitto separatista. Nel 2006 un referendum nell’Ossezia del Sud chiese, con una maggioranza enorme, il 96 per cento, l’indipendenza. Mai concessa da Tbilisi. Il governo centrale fin dal 1991 aveva reso il georgiano unica lingua ufficiale del Paese e abolito il bilinguismo con il russo, la lingua della regione.
La Repubblica del nord è parte della federazione russa ed è alleata di Mosca, mentre i territori del Sud hanno una forte presenza di autonomisti, che rifiutano il potere georgiano e vogliono l’indipendenza.
Con la caduta dell’Urss, l’Occidente ha cercato di sviluppare un controllo politico e militare sui territori dell’ex superpotenza comunista. In particolare gli Stati Uniti. I tentativi sono stati numerosi, hanno coinvolto con un serto successo Mosca, durante la presidenza di Elsin, e Tbilisi, oggi con la presidenza di Mikheil Saakashvili.
Dopo il licenziamento di Eltsin, corrotto e legato ad ambienti economici mafiosi interessati a non collidere con gli americani, la Russia ha scelto una strada complessa, eleggendo Vladimir Putin presidente ed allo scadere del mandato consentito dalla Costituzione facendogli succedere un suo fedelissimo, Dmitri Medvedev, che ha subito ripescato il vero capo, Putin, nominandolo primo ministro. La Russia di Vladimir ha cercato per Mosca di ricostruire subito un ruolo centrale nella politica internazionale e, in un misto di nazionalismo zarista e tecnocrazia postsovietica, edificato un nuovo impero economico e politico in competizione con il nemico di sempre, gli Stati Uniti. Questa volta, però, non centrando lo scontro sull’opzione militare.
In Georgia le già forti aperture a Washington del primo presidente dopo la fine dell’Urss, Eduard Shevardnadze, con il colpo di stato Mikheil Saakashvili si sono trasformate in una collaborazione strettissima anche militare. La Georgia ha mandato militari in Iraq, al fianco degli americani, lascia a Washington l’addestramento delle sue elite militari e accetta di entrare nella Nato.
L’enorme ricchezza petrolifera russa, ritornata nella mani del governo di Mosca, dopo la rinazionalizzazione del settore voluta da Putin e lo smatellamento dell’operazione di ridimensionamento dell’industria energetica avviata da Eltsin in accordo con alcuni poteri forti dell’Occidente (in cambio di enormi tangenti), sono una preoccupazione strategica per gli americani. La collocazione geografica della Georgia permette di contrastare quella ricchezza e Washington da anni lavora alla costruzione di un oleodotto.
L’oleodotto
Il BTC, accreditato come il più lungo al mondo con i suoi 1.770 km congiunge la città di Baku, sulle sponde occidentali del Mar Caspio, con il porto turco di Ceyhan situato sulle sponde orientali del Mediterraneo, attraversando le ex repubbliche sovietiche dell’Azerbaijan e della Georgia per poi penetrare in Turchia.
I lavori di progettazione e costruzione sono durati 12 anni con un costo finale di 4 miliardi di dollari (superiore del 32 per cento rispetto alle previsioni) e quando l’impianto sarà a pieno regime si calcola che dovrebbe essere in grado di trasportare un milione di barili di greggio al giorno. L’opera è stata inaugurata alla presenza dei leader di Turchia, Georgia e Azerbaijan e di alti esponenti del mondo petrolifero e bancario il 13 luglio 2006, praticamente in concomitanza con l’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano.
A gestire la costruzione del BTC è stato un consorzio petrolifero, con sede alle Isole Cayman, guidato dalla compagnia britannica British Petroleum (BP) con il 30 per cento e di cui fanno parte l’azera Socar con il 25, la statunitense Unocal con il 9, la norvegese Statoil con l’8, la turca Tpao con il 6, l’italiana ENI e la francese Total-Fina-Elf entrambe con il 5, oltre ad altre compagnie minori. Il consorzio BTC ha stanziato sotto forma di capitale netto circa il 30 per cento della cifra necessaria alla costruzione dell’opera, mentre il 70 è stato ottenuto tramite finanziamenti bancari in larga parte riconducibili alla Banca Mondiale e alla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo.
Nel progetto dell’oleodotto BTC le motivazioni politiche sono sempre state preponderanti rispetto a quelle economiche. Gli Stati Uniti hanno pesantemente sponsorizzato la costruzione dell’opera senza farsi scrupolo di esercitare forti pressioni tanto nei confronti degli stati interessati dal progetto, quanto nei confronti delle compagnie petrolifere che avrebbero dovuto condurlo in porto.
È opinione comune di molti analisti politici e finanziari che gli USA siano riusciti a far pagare ai contribuenti ed anche alle compagnie petrolifere europee un progetto che si rivela chiaramente come una priorità americana e non del vecchio continente, da sempre più interessato a stringere legami energetici con la Russia, nonché a considerare la costruzione di nuovi oleodotti e gasdotti attraverso la regione dei Balcani finalmente pacificata.
Per mezzo del BTC attraverso il quale una volta a regime dovrebbe transitare una quantità di greggio pari al 7 per cento dell’intero flusso di petrolio mondiale, Washington è infatti riuscita ad ottenere il duplice scopo di ridurre la propria dipendenza dal petrolio mediorientale e indebolire in maniera significativa i legami fra la Russia e le ex repubbliche sovietiche di Azerbaijan e Georgia, la cui condiscendenza rispetto alle scelte politiche statunitensi sembra preludere ad una vera e propria alleanza militare con gli Usa e la NATO.
Anche Israele, che vanta accordi di cooperazione militare a lungo termine sia con l’Azerbaijan che con la Georgia, si è mostrato fin da subito molto interessato alla costruzione dell’oleodotto al fine di disporre di un corridoio energetico che colleghi il bacino del Mar Caspio con il Mediterraneo orientale, tagliando fuori tanto la Russia quanto l’Iran.
Una parte del petrolio trasportato dal BTC potrà essere infatti incanalata direttamente verso Israele attraverso un oleodotto subacqueo che colleghi Ceyhan al porto israeliano di Ashkelon e da lì, dopo aver raggiunto il porto di Eilat sul Mar Rosso, attraverso la Israeli Tipline, esportato verso i mercati asiatici.
Gli sviluppi
Da tempo la regione dell’Ossezia del Sud è al centro di un conflitto. La Russia è preoccupata per la penetrazione americana nell’area, che considera strategicamente di suo interesse. Gli americani, attraverso l’armamento e l’addestramento dell’esercito georgiano, continuano a rafforzare il loro peso. Gli ossseti sono le vittime di questo scontro, utilizzati dalle due potenze a seconda degli interessi del momento. Mosca cerca di salvaguardare, inoltre, la vicinanza linguistica coi meridionali e attraverso questa spinge sull’indipendentismo, che permetterebbe la formazione di uno stato del Sud, alleato con lei.
Così, per varie fasi, in Ossezia del Sud si è arrivati alla collocazione di due contingenti militari di interposizione, uno georgiano ed uno russo, necessari per mantenere un minimo di equilibrio.
All’alba di venerdì c’è stato un attacco georgiano e la città capitale del Sud, Tskhinvali, è stata bombardata e, stando alle dichiarazioni del capo dei militari russi della forza di interposizione, “è stato quasi completamente distrutto”.
A quel punto i soldati dell’ex Armata Rossa sono entrati in Ossezia e l’aviazione russa ha sferrato numerosi attacchi. Occasione migliore non poteva esserci per Mosca: l’obiettivo è far capire agli americani che da quelle parti non si respira aria buona.
In questa fase InviatoSpeciale non seguirà ‘la guerra minuto per minuto’, come fanno di abitudine gli altri giornali. I campi di battaglia sono terreni difficili da decifrare, per cui è del tutto inutile supporre di poter evitare la propaganda delle parti coinvolte, la disinformazione, i depistaggi. Infine, questo più di altri conflitti, ha motivazioni politiche fortissime, molto più di quelle militari.
L’informazione
Una cosa è utile sottolineare. L’informazione italiana, come al solito incapace di essere neutrale, ha immediatamente individuato nell’azione di Mosca un proposito aggressivo, arrivando a dimenticare le responsabilità di Tbilisi e tacendo sulle responsabilità dell’alleato degli Usa, la Georgia.
Appare singolare, come in coincidenza con l’apertura dei Giochi Olimpici e la richiesta di rispetto dei diritti umani in Tibet, nessuno si sia ricordato della negazione degli stessi diritti esercitata dal governo di Tblisi nei confronti degli osseti del Sud.
Altresì strano è trovare ‘naturale’ che la penetrazione militare americana nell’area potesse essere accettata dalla Russia. Per fare un esempio, anche se paradossale, è come se Mosca avesse deciso di allearsi col Messico e ne avesse riarmato ed addestrato l’esercito.
Lo scontro in corso, al momento, è il segnale evidente che il cosiddetto ‘monopolarismo’ americano è finito. Tre soggetti principali oggi si contendono la leadership del pianeta, Russia, Stati Uniti e Cina. Il ricollocamento dei singoli stati satellite, dopo la fine della guerra fredda, è ricominciato. A questo deve essere aggiunto un ultimo elemento: mentre Washington crede ancora nelle opzioni militari, Russia e Cina hanno capito che l’importanza della cooperazione economica è più efficace e meno costosa. Per questo il loro interesse è stringere coi governi ‘alleati’ patti di interscambio economico e industriale. Non traggano in inganno i carri armati di Mosca in Ossezia, sono un episodio del tutto eccezionale. Per il momento.
La posizione di George W, Bush, che ha portato a spingere per l’entrata della Georgia nella Nato, allo ‘scudo europeo’, all’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan ha, fino ad ora, prodotto la crescita della conflittualità mondiale, indebolendo l’economia e cacciando Washington in molte strade senza uscita.
Al contrario la penetrazione cinese in Africa, silenziosa e costante, ha permesso a Pechino di affrontare, per esempio, i problemi di approvvigionamento energetico senza sparare un solo colpo di pistola.
Vedremo nei prossimi giorni dove porterà il primo vero scontro a distanza tra Russia e Stati Uniti. Su tutto la debolezza dell’Europa è assordante, mentre nulla per ora ci si può aspettare dall’Onu, perchè i veti incrociati, come al solito, impediscono all’organismo internazionale di prendere una posizione.
Roberto Bàrbera


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