La Cina è vicina
Bellissima manifestazione di apertura dei giochi olimpici a Pechino. Dietro la spettacolarità dell’evento, però, si possono nascondere dubbi e perplessità.
Alle 8 della sera di Pechino, l’otto agosto del 2008, sono cominciati i Giochi Olimpici cinesi. Ma non solo questo. In uno stadio fantascientifico, davanti a decine di migliaia di spettatori, svariate centinaia di volontari hanno dato vita ad una cerimonia-spettacolo inventata dal geniale regista Zhang Yimou. Uno show assolutamente indimenticabile, nel quale il passato ha trovato forma nell’uso intelligente della tecnologia. Duemila ed otto percussionisti hanno scandito il tempo su antichi tamburi, diventati futuro grazie ad un sistema di illuminazione a led. Uomini-elettrici hanno colorato il terreno di gioco-palcoscenico con movimenti delicati e plastici. La storia della Cina è passata su un rotolo di pergamena digitale reso vivo da esseri umani incantevoli nella loro danza della vita.
Una frase ha definito lo spirito della giornata: “Amici che venite da lontano, quanto siamo felici di avervi qui”.
E tante altre suggestioni, quante se ne possono immaginare per un’occasione così speciale.
Però, questa giornata trova un senso per un altro motivo. Più profondo e più complesso. Quella che sta per diventare la prima potenza economica del pianeta si è finalmente presentata al mondo, ha cercato il mondo, ha mostrato, attraverso gli schermi televisivi dei cinque continenti, con classe ed eleganza, il suo nuovo ruolo economico e strategico.
L’ha fatto senza far sconti a nessuno, neppure a se stessa. La rivoluzione comunista è scomparsa dal programma offerto alle sterminate platee televisive in ascolto. L’apparato del Partito comunista, la burocrazia, l’ideologia maoista non hanno trovato posto neppure nell’angolo più sperduto di quell’immenso stadio. Insomma, la Cina, uno dei tre centri politico-militari contemporanei (con Usa e Russia) ha voluto far vedere più Confucio che Karl Marx.
Negli ultimi anni la diplomazia cinese ha conquistato una parte considerevole dell’Africa, si è allargata all’Europa costruendo solidi rapporti commerciali, ha cominciato ad i affrontare mercati globali con l’impeto di chi sa bene d’essere potenza mondiale.
Tuttavia, nella scomparsa dell’essenza della Repubblica popolare, ovvero in una dimensione politica impalpabile, si ritrova un pragmatismo preoccupante e mercantile.
Negli ultimi mesi gli Stati Uniti, immersi in una crisi economica seria, dissanguati dai costi della guerra in Iraq ed in ritardo sul trend di crescita cinese, hanno cercato di trasformare l’organizzazione dei Giochi Olimpici a Pechino in un modo per frenare l’espansione del colosso asiatico. Più semplicemente, Washington ha cercato di contrastare la maggiore velocità di Pechino con una campagna sui diritti umani che potesse portare ad una percezione nel mondo del nuovo concorrente tanto negativa da rallentarne, almeno un poco, la permanente evoluzione economica. Fior di agenzie di comunicazione si sono impegnate nel programma. I cinesi hanno risposto, anche loro a colpi di specialisti.
La drammaticità della crisi del Darfur, ignorata per anni, è diventata carburante per lanciare operazioni diplomatiche che avevano come scopo non certo quello di aiutare gli abitanti della sfortunata regione del Sudan, ma di mettere in difficoltà Pechino, grande sostenitore del governo di Khartoum. E, se possibile, col sabotaggio di al-Bashir, minare le relazioni ‘pertolifere’ tra i due Paesi.
Poi è stata la volta del Tibet, occupato militarmente dai cinesi nel 1950, ma riscoperto dopo le rivolte degli ultimi mesi da una serie interminabile di novelli difensori dei diritti civili fino ad ora mediamente assonnati.
Osservando le delegazioni di atleti che sfilavano, era impressionante scoprire come in quella rarissima e meravigliosa marcia comune di quasi tutti i popoli del pianeta, dietro le bandiere degli stati, i popoli che davvero potevano essere considerati liberi erano da contare sulle dita delle mani.
Ogni genere di nefandezza è passata per quello stadio. Governi corrotti, crudeli, illiberali. Posti nei quali alle donne non è consentito andare a scuola o guidare la macchina insieme ad altri nei quali venir rapinati dalla polizia è pratica quotidiana. Ed anche peggio.
La Cina popolare non ha espresso, accogliendo il mondo, nessuna identità politica, anzi l’ha nascosta, proponendo un profilo ‘moderno’, ‘tecnologico’, ‘efficiente’. Ed insieme ha voluto essere erede del proprio passato millenario, della sua scienza, della sua cultura, della sua tradizione. Una grandeur alla francese, ma senza la presa della Bastiglia.
Per chi ricorda l’Unione Sovietica o guarda un qualunque film americano è facile comprendere le differenze. Quei Paesi, nella lontana ‘guerra fredda’, non cercavano tute mimetiche per vendere meglio i propri prodotti politici, militari o industriali che fossero.
Qui, invece, assistiamo ad un fenomeno nuovo, nel quale il prossimo leader dell’economia (e non solo) planetaria non ama mostrare una parte della sua essenza.
Nei commenti si parla di ‘aperture’, si criticano le violazioni dei diritti elementari, si osservano i cambiamenti. Dipende dal punto di vista. Eppure il popolo cinese, in quello stadio, ha riservato un boato alla delegazione della Corea del Nord, un applauso e qualche fischio agli americani e, chissà perchè, una calda accoglienza agli australiani.
Segnali di una sensibilità difficile da decifrare, ma di certo confusa, lontana dalle rassicurazioni concrete che una ideologia, per quanto non condivisibile, possa offrire.
Chiunque di noi preferisce sapere con chi ha a che fare, piuttosto che immaginare l’interlocutore senza riuscire a coglierne il carattere.
Il nuovo gigante asiatico sembra abile nel mimetizzarsi, nello scegliere le sembianze al momento, a seconda delle utilità del caso.
I diritti civili, allora, passano in secondo piano, perchè mentre quelli sono irrinunciabili elementi della politica interna, l’assenza di dati chiari di tipo politico possono diventare devastanti negli assetti geopolitici del mondo.
Sempre per fare un esempio, come se l’ex Unione Sovietica avesse deciso di non fornire più aiuti alla Cuba isolata di Fidel Castro perchè più interessata ai prodotti agricoli del Cile di Pinochet.
Anche l’abietta politica estera ha una sua morale, per quanto quasi sempre cinica ed inumana. Oggi sembra aprirsi uno scenario nuovo, nel quale “tutto va bene purchè mi vada bene”. Tutto così lontano da un discorso del 26 giugno 1963, quando John F. Kennedy, all’epoca presidente degli Stati Uniti, disse a Berlino, strangolata dallo scontro tra Washington e Unione Sovietica: “Ich bin ein Berliner”, che significa “io sono un berlinese”.
C’era interesse politico, ovvio, ma anche chiarezza di ruoli, accettabili o meno che fossero.
Questa nuova Cina, ‘pragmatica’ e ‘straordinaria’, deve preoccupare. E non perchè il comunismo, com’è noto, non ha molto in simpatia i diritti d’espressione, ma per il fatto che, dietro il rosso della bandiera, sembrano esserci troppi colori indistinti. Forse è nostalgia del bipolarismo Usa-Urss.
A margine della cerimonia un’ultima considerazione sul lavoro dei telecronisti Rai. Impegnati a parlare di diritti umani ogni dieci minuti, ossessivi nel ripetere una frase convenzionale e sempre eguale, ricordavano il ritmo insopportabile dei passaggi pubblicitari. Tuttavia, i valenti e numerosi inviati dell’azienda pubblica hanno del tutto dimenticato, mentre sfilavano le delegazioni di Russia e Georgia, che i due Paesi sono sull’orlo di un conflitto militare. Causato, guarda un po’, da un braccio di ferro Usa-Russia.
Persino negli ultimi minuti della cerimonia, mentre gli ultimi otto tedofori si accingevano a portare il fuoco di Olimpia verso il braciere di Pechino, il telecronista ha sentito il bisogno di ignorare i nomi di alcuni di loro per ripetere la frase ‘standard’, già ripetuta almeno dodici volte.
Meglio si è comportato il corrispondente dalla capitale cinese, Paolo Longo, che ha fornito le uniche informazioni utili sulla realtà cinese di tutta la trasmissione. Non si spera in meglio per i prossimi giorni.


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