I tre sceriffi
L’informazione italiana, come al solito, non racconta i fatti, ma interpreta a seconda dell’appartenenza politica del giornalista o della testata. Ecco una piccola guida per muoversi nel labirinto dell’Ossezia.
La guerra del Caucaso è un capitolo della complicata storia che si è scritta dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Con il famoso accordo di Yalta, del febbraio 1945, Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Stalin, capi dei governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Urss e prossimi vincitori della Seconda Guerra Mondiale si divisero il mondo.
Da allora e fino alla crisi del polo comunista, definitivamente scomparso il 26 dicembre del 1991, con lo scioglimento dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, il mondo visse, tra terribili conflitti regionali e guerra fredda, una stagione di relativa non belligeranza.
Può sembrare un paradosso, ma la divisione del pianeta tra le due superpotenze, quella americana e quella sovietica, offriva garanzie di tenuta per l’economia e per la stabilità dell’equilibrio mondiale.
Con l’ammaina bandiera sul Cremlino, improvvisamente, il cosiddetto bipolarismo divenne un regno nel quale gli Stati Uniti si sentivano in diritto di esercitare una pressante egemonia globale. In quella situazione il primo problema di Washington fu quello di smantellare la pur compromessa economia dei Paesi ex comunisti, di costruire basi strategiche nei territori ormai senza più padrone e di elaborare politiche internazionali di tipo monopolare.
Era chiaro per tutti gli analisti intelligenti che questa operazione non sarebbe mai riuscita. Nonostante i fiumi di dollari investiti dagli Usa per raggiungere il traguardo, i diversi governi statunitensi non sono stati in grado di impedire alla Russia di Putin di riprendere il controllo delle proprie fonti energetiche ed alla Cina di sviluppare la sua economia fino al punto di arrivare ad un trend di crescita che tra poco supererà il colosso americano.
In questo quadro Washington non accetta di tornare ai confini decisi prima della crisi del patto di Yalta. O, perlomeno, a non minacciare troppo da vicino il nuovo impero russo.
Nella lettura degli avvenimenti di politica internazionale non si possono analizzare le cose partendo dalle proprie convinzioni o dai desideri, ma si deve riuscire a separare i fatti dalle opinioni.
Il conflitto del Caucaso è determinato dalla volontà degli Usa di contrastare l’industria petrolifera di Mosca e il suo rinnovato peso internazionale. E nel volerlo fare non solo utilizzando politiche commerciali o infrastrutturali (la costruzione di un oleodotto), ma ponendo sul territorio della Georgia basi militari attraverso l’adesione di Tbilisi alla Nato, l’organizzazione dell’esercito ed il suo armamento.
Per il Cremlino questa situazione è assolutamente inaccettabile.
La divisione della Ossezia in due parti non è un fatto digerito in secoli di storia, ma il risultato di un compromesso seguito alla dissoluzione dell’Urss. E come sempre accade quando i confini vengono tracciati con la matita, in quella regione si è sviluppato un forte movimento separatista.
Gli osseti, del Nord e del Sud, parlano russo, sono vicini alla cultura di Mosca. Il dover costruire intorno alla Russia un cordone ‘occidentale’ ha spinto Washington e di conseguenza Tbilisi ad annientare l’autonomia dell’Ossezia del Sud, fino a negarne la lingua stessa. In questo scenario si inserisce l’Abkhazia, provincia della Georgia, ma anch’essa fortemente separatista e filorussa.
Fin dal periodo sovietico, infine, la Georgia è stata terra di corruzione, nella quale il Partito Comunista e dopo il gruppo di potere del primo presidente, Eduard Å evardnadze, hanno lasciato il Paese in uno stato di costante degrado. L’elezione del nuovo leader, Mikheil SaakaÅ¡vili, alleato dell’Occidente ancor più del suo predecessore, non ha restituito la Georgia alla democrazia, tanto che le elezioni vinte dall’attuale presidente hanno avuto una durissima coda di incidenti, polemiche e accuse di brogli. L’Unione europea, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la Nato e naturalmente Washington sono schierati, con qualche riserva tedesca, a fianco di SaakaÅ¡vili.
Non si ricordano in questi giorni le numerose accuse di violazione dei diritti umani e della libertà di espressione mosse al regime di Tibilisi. Quelle fatte al Cremlino è inutile ricordarle ancora.
Questo scenario non giustifica in nessun modo i bombardamenti russi, i carri armati e la reazione militare di Mosca, ma li spiega.
Oggi, oltre le urla di facciata, Bush sa di dover fare i conti con Putin su un terreno del tutto diverso da quello del passato. Per altro le elezioni americane ed il prossimo cambio di giuda a Washington potrebbero in ogni caso modificare la politica degli americani, anche perchè l’oggetto del contendere è anche il petrolio, materia prima alla quale la famiglia del presidente Usa è molto affezionata, poiché le lobbies dell’oro nero sono state le grandi sostenitrici delle due presidenze, sia quella di George W.,che di quella del padre, George H., mentre non influenzano in modo eccessivo sia il candidato repubblicano, Mc Cain, che quello democratico, Obama.
E’ improbabile che al momento il Consiglio di Sicurezza dell’Onu raggiunga una mediazione, poiché almeno tre dei suoi membri effettivi, Cina, Usa e Russia, si stanno giocando la partita del futuro. Perchè anche i cinesi sono coinvolti. Non direttamente nel conflitto Georgia-Russia, ma nella definizione degli assetti planetari. Non è un caso che tutto stia avvenendo durante lo svolgimento dei Giochi Olimpici di Pechino.
Lì, lontano in Asia, la Cina sta mostrando al mondo la sua nuova e smagliante immagine di superpotenza e per nessun motivo accetterà di farsi soffiare un pezzetto di pianeta dagli altri due contendenti.
I politici ed i giornalisti italiani, per la verità in compagnia di molti colleghi europei, sembrano aver subito ritrovato le antiche abitudini della ‘guerra fredda’, quando l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata rossa era un crimine senza precedenti, ma il colpo di stato in Argentina del 1976, per fare un esempio, trovava la copertura, ampiamente raccontata, della nostra diplomazia. Oltre, ovviamente, al sostegno di Cia e Washington. Due pesi e due misure.
Sul campo, insieme ai cittadini inermi uccisi dalle bombe, rimangono come sempre la verità , la libertà ed i diritti civili. E’ la ‘politica estera’, bellezza!
Roberto BÃ rbera


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