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9 agosto 2008

Autore: . Data: giovedì, 7 agosto 2008Commenti (0)

Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni

In occasione della Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni (9 agosto) l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) punta il dito contro la corsa verso nuove fonti di energia che minaccia circa 90 milioni di indigeni in tutto il mondo.

L’APM chiede con forza che le autorità e le multinazionali implicate nell’estrazione di nuovi giacimenti di petrolio, gas e uranio, nella produzione dei cosiddetti biocarburanti e nella costruzione di dighe tengano conto delle esigenze delle popolazioni colpite dai loro progetti. I progetti devono essere elaborati insieme alle popolazioni residenti e devono includere soluzioni che ne assicurino la sopravvivenza.

Nel mondo ci sono circa 5mila popoli indigeni, cui appartengono 370 milioni di persone.

La situazione delle popolazioni indigene è particolarmente drammatica in Brasile e in Indonesia. Tuttora la maggior parte delle popolazioni indigene di questi due paesi vive ancora nelle regioni delle foreste pluviali, ma i mega-progetti previsti dai rispettivi governi ne minacciano pericolosamente la sopravvivenza. Il progetto brasiliano di costruire 70 dighe in Amazzonia distruggerebbe lo spazio vitale di una decina di popoli indigeni, tra cui 14mila Yuruna e Arava lungo il fiume Xingu. Il governo brasiliano continua a ignorare la protesta delle popolazioni native e punta sull’energia idroelettrica nonostante le promesse elettorali del presidente Lula da Silva che in campagna elettorale aveva chiesto la fine dei mega-progetti.

Il governo brasiliano intende anche incentivare l’espansione delle piantagioni di canna da zucchero per la produzione di etanolo. Grazie a 6 milioni di ettari coltivati a canna da zucchero il Brasile è ormai il maggiore esportatore mondiale di etanolo. In futuro, però, le piantagioni dovrebbero coprire fino a 150 milioni di ettari. Per l’irrigazione dei campi sarà necessario deviare il corso di diversi fiumi e costruire nuove dighe. Il boom della canna da zucchero comporta che la coltivazione della soia e l’allevamento di bestiame debba trasferirsi progressivamente verso le regioni dell’Amazzonia con il conseguente abbattimento della foresta e quindi la distruzione dello spazio vitale di intere popolazioni.

In Indonesia 45 milioni di indigeni sono minacciati dal drastico ampliamento delle piantagioni per la produzione di biocarburante e dall’estrazione di gas metano. Ogni giorno nella sola Indonesia vengono distrutti 51 chilometri quadrati di foresta pluviale in cui popolazioni indigene vivevano da migliaia di anni. Solamente nel 2008 l’Indonesia vorrebbe rinunciare ad ulteriori 2,7 milioni di ettari di foresta, con tutte le conseguenze sociali immaginabili per le popolazioni indigene che vi vivono. Così anche a Papua, nella parte occidentale dell’isola di Nuova Guinea è previsto il disboscamento di 3 milioni di ettari di foresta per fare posto a nuove piantagioni di palma da olio. Ciò minaccerebbe direttamente la sopravvivenza di oltre 300 popoli indigeni. Nonostante questi costituiscano solo lo 0,01% della popolazione mondiale, essi rappresentano però anche il 15% delle lingue attualmente parlate e conosciute a livello mondiale. L’Indonesia, che insieme alla vicina Malesia fornisce l’87% della produzione mondiale di olio da palma, intende approvare una nuova legge che vincolerebbe tutte le imprese operanti del paese a coprire almeno il 2,5% del loro fabbisogno energetico con olio di palma. La legge rappresenta un ulteriore inasprirsi della minaccia per i popoli indigeni locali.

Nella vicina provincia malese del Sarawak, sull’isola di Borneo, la popolazione dei Penan rischia la completa scomparsa a causa del boom energetico. I Penan, che fino a venti anni fa vivevano ancora in modo tradizionale come nomadi nelle foreste e che avevano inutilmente lottato per preservare le foreste dalle imprese del legname, ora rischiano la fine della loro vita e cultura a causa di un progetto che prevede la costruzione di circa 20 dighe nella loro terra entro il 2020.

La costruzione di dighe minaccia anche i dodici milioni di indigeni del Vietnam: è infatti prevista la costruzione di 40 nuove dighe nella regione centrale del paese. Diverse decine di migliaia di persone sono già state costrette ad abbandonare la propria casa e terra per fare posto ai futuri bacini delle dighe. Lo stesso problema colpisce i Mapuche nel Cile meridionale dove il governo intende costruire otto nuove dighe oltre ad ampliare la diga Bío-Bío sull’omonimo fiume.

Circa il 70% dei giacimenti mondiali di uranio di trovano in terre indigene. La nuova ondata di richiesta di uranio colpisce direttamente gli Adivasi Ho e Santhal dell’India, i Tuareg del Niger, i Navajo e Puebla negli USA, i Dene in Canada e molteplici gruppi aborigeni in Australia. Le conseguenze dell’estrazione dell’uranio colpisce però anche quelle popolazioni, le cui terre vengono trasformate in depositi finali delle scorie radioattive, come succede ai Western Shoshone negli USA occidentali. Lo sfruttamento di nuovi giacimenti di petrolio colpisce le popolazioni indigene della penisola di Kamchatka e dell’isola di Sakhalin così come gli indigeni in Ecuador e alcune popolazioni che attualmente vivono particolarmente isolate nell’Amazzonia peruviana.

Associazione per i Popoli Minacciati

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