Sinistri presagi
A congressi finiti
I due principali partiti comunisti tuttora esistenti in Italia (Rifondazione e Comunisti italiani) hanno concluso nei giorni scorsi i relativi percorsi congressuali.
Va ricordato in premessa, a beneficio dei non appassionati, che in seguito alla grave sconfitta della cosiddetta “Sinistra Arcobaleno” alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile tutte le formazioni politiche collocate a sinistra del Partito Democratico sono state escluse dalla rappresentanza in entrambi i rami del Parlamento.
Immediatamente dopo la disfatta elettorale, tutti e quattro i partiti che componevano l’alleanza “Arcobaleno” hanno convocato le assisi congressuali. Ma se i Verdi e Sinistra Democratica (piccola formazione nata recentemente da una costola dei Ds) hanno sostanzialmente scelto di rivedere in chiave “moderata” (vale a dire più accondiscendente nei confronti di Walter Veltroni) le rispettive linee politiche, la questione era apparsa fin dall’inizio più spinosa per i due partiti comunisti.
In primo luogo, lo scorrere della vita politica di entrambe le formazioni è scandita da momenti “liturgici” che ne segnano – almeno nelle intenzioni – il tasso di democrazia interna. Quindi i congressi dovevano innanzitutto servire a ridefinire quella strategia cui dovranno in futuro attenersi i militanti sia rispetto alla politica di alleanze con il centrosinistra sia rispetto agli innumerevoli problemi che assillano il Paese. Sullo sfondo, entrambi i partiti scontano – in seguito al drastico ridimensionamento – ricadute più “concrete”: a cominciare dal minor afflusso di risorse alle casse delle due organizzazioni.
Per quanto riguarda i Comunisti italiani, il congresso di Salsomaggiore si è concluso con la rielezione “bulgara” di Oliviero Diliberto (l’unico segretario che non si era dimesso dopo lo “tsunami” elettorale) alla guida del partito. Mentre a Chianciano – luogo prescelto dal Prc – è andato in scena un vero e proprio psicodramma, concluso da una drammatica conta interna. Alla fine è stato eletto segretario Paolo Ferrero (già ministro della Solidarietà sociale nello scorso esecutivo), che per raggiungere l’agognato 50%+1 dei consensi del “parlamentino” ha dovuto mettere insieme tutte le anime che si contrapponevano a Nichi Vendola, l’altro candidato alla segreteria nonché presidente della Regione Puglia.
Da un punto di vista squisitamente politico, se Diliberto propone di rimettere assieme i cocci ripartendo dai comunisti sparsi qua e là di diaspora in diaspora, Ferrero (che sarà avversato dal 47% del suo partito, in mano al suo antagonista) rilancia la storia e la cultura di Rifondazione, senza il ricorso a scorciatoie unitarie, considerate velleitarie.
In conclusione, c’è da dubitare che l’elettore-tipo di sinistra (già abbondantemente deluso dalle due esperienze di governo datate 1996 e 2006) si sia appassionato ai solenni momenti di discussione interna partoriti dai due partiti che si rifanno a Gramsci e Togliatti. Tanto più che nel confronto non ha trovato spazio la drammatica condizione dei milioni di cittadini che non arrivano più alla fine del mese o che non riescono a pagare il mutuo.
Persino l’elettore più attento alla dinamica politica, comunque, non avrà trovato alla fine dei due congressi particolari motivi di conforto: la sinistra italiana non sembra infatti detenere un progetto in grado di intercettare i bisogni delle persone in carne ed ossa. Perciò il suo futuro appare tutto in salita.


Lascia un commento