Carestia e abbondanza
Mentre tutti gli indicatori economici mostrano l’avanzare inesorabile di una crisi molto grave, la discussione sui diritti di autore e sulla proprietà intellettuale è ignorata da tutti.
Gli economisti parlano di “economia della scarsità ” e di “economia dell’abbondanza” , descrivendo i due metodi con cui chi controlla mezzi di produzione di un certo bene in un dato mercato cerca di massimizzare i suoi legittimi profitti (o alzando i prezzi, cosa che porta ad un mercato di dimensioni ristrette con alti margini di profitto oppure abbassando i prezzi ed ampliando al massimo le dimensioni del mercato, con bassi margini di profitto ma grandi volumi economici).
Da un punto di vista economico le due situazioni possono portare agli stessi risultati in termini di profitto, ma cosa significa questo in un contesto più ampio, cioè che prenda in considerazione, oltre al denaro, il benessere della società e degli individui ?
Per fare un parallelo, pensiamo a quello che è successo, in termini di benessere, prima e dopo la rivoluzione industriale. Dopo la seconda metà dell’Ottocento i costi di produzione sono notevolmente calati. Prima realizzare una cosa, un pezzo di pane, una casa o un libro, aveva un costo di manodopera e di materie prime molto più alto.
Il caso più interessante (vedremo poi perché) è quello del libro, da bene alla portata di pochi, impiegato prevalentemente come memoria storica, è divenuto un bene di largo consumo, utilizzabile per migliorare enormemente la diffusione del sapere ed il tenore di vita intellettuale e quindi materiale di gran parte della popolazione. Bene, se un semplice abbassamento dei costi di produzione dei libri (o più esattamente del costo marginale di produzione) ha potuto così tanto, cosa potrebbe provocare un suo azzeramento ? Una breve parentesi tecnica; il costo marginale di produzione di un oggetto è il costo che si deve sostenere, dopo aver prodotto un certo numero di questi oggetti, per produrne uno in più. In situazioni classiche questo costo tende ad un limite definito e diverso da zero, dovuto ai costi delle materie prime, della manodopera, dell’energia e dei capitali. Il miglioramento delle tecniche di produzione ha l’effetto di ridurre questo costo, che resta però sempre molto diverso da zero.
La rivoluzione digitale e telematica, ha messo tutti, economisti e semplici consumatori, di fronte ad una situazione in
cui il costo marginale di produzione di un libro (ma potrebbe essere un film, una canzone o un software) è esattamente zero. Produrre una pagnotta o un’auto in più ha un costo minimo, non ulteriormente riducibile, ma produrre un e-book, un mp3 od un avi in più costa zero.
Esattamente zero. Zero fino all’ultima cifra decimale.
Gli economisti e con loro i politici ed i legislatori, non hanno compreso a fondo, né tanto meno utilizzato la portata di questa rivoluzione. Costoro continuano ad impiegare modelli economici e comportamenti nati con costi marginali diversi da zero, in una situazione che è fondamentalmente diversa. La possibilità di distribuire beni immateriali, informazioni, dati, musica, libri, film, cultura, a costi marginali zero dovrebbe portare necessariamente all’applicazione del modello economico dell’abbondanza. Non si tratta ovviamente di privare gli autori dei loro guadagni. Distribuiti su numeri altissimi questi guadagni darebbero comunque luogo a costi bassissimi per l’utente. Da un punto di vista filosofico e di benessere della società , una così semplice massimizzazione della diffusione del sapere dovrebbe rendere “politically un-correct” qualunque discorso volto ad una sua anche minima restrizione.
Da un punto di vista economico dovrebbe essere abbastanza chiaro che contrastare un mutamento epocale invece di assecondarlo non permette di sviluppare la produzione e meno che mai per mantenere i profitti.
Tuttavia da un punto di vista morale la situazione é tanto evidente quanto poco dibattuta. Il perché rimane un mistero.
Proviamo a fare un parallelo, parlando di agronomia, di genetica e di sementi terminali. In agricoltura, un modo (almeno entro certi limiti) di perseguire il benessere di tutti è quello di aumentare qualità e quantità dei raccolti. Il miglioramento delle sementi, con l’introduzione di maggiori rese per ettaro, di caratteri nutrizionali e di resistenza ai parassiti, è stato e continua ad essere uno dei modi principali per ottenere questi effetti. Poco importa qui se per ottenerli si fa ricorso alla semplice selezione mendeliana od alle tecniche di ingegneria genetica. Negli ultimi anni è stata l’ingegneria genetica a produrre la maggior parte delle nuove sementi ed i prezzi sono stati controllati con gli stessi metodi usati per i medicinali: non legati ai costi di produzione, ma regolati come per le opere dell’ingegno, che danno per definizione ai produttori un monopolio.
E’ noto che uno dei mezzi ritenuti vincenti per proteggere il diritto d’autore è quello di rendere difficile od almeno costosa la “copia”. Ora, trattandosi qui non di cd-rom ma di semi, sono state inventate le sementi terminali o potremmo dire “copy-protected” . Di cosa si tratta? Semplice, si tratta di sementi “migliorate” che, accanto a caratteri desiderabili, posseggono una proprietà aggiuntiva, cioè quella di generare piante sterili; i semi del raccolto non germinano più, ed il contadino, che potrebbe “piratare” l’opera dell’ingegno “copiando” i semi che ha regolarmente acquistato (come si è fatto da sempre) si troverà costretto a riacquistare, in condizioni di debolezza contrattuale, gli stessi semi dalla stessa fonte per sempre.
Chiunque venga a conoscenza per la prima volta di questi fatti si sente indignato, non è un caso perciò che l’argomento, presente di rado solo a margine dei dibattiti sugli OGM (questi sì sterili), ma con effetti economici di vasta scala, venga così poco amplificato.
Bene, se generare artificialmente dipendenza e carestia nel Sud del mondo, dove la fame è il tragico, ma ‘normale’ stato d’essere della grande maggioranza della popolazione ci fa indignare, perché generare carestia intellettuale e fame di cultura in tutto il mondo non dovrebbe suscitare in noi la stessa reazione ?
Perché all’alba di un’era di abbondanza a costi (marginali) zero del ‘cibo per la mente’ dovrebbe essere giustificabile contrastare anche solo debolmente questo progresso, invece di corrervi incontro?
Perché si dovrebbe lasciare anche solo un angolo di buio nella mente di un bambino del Sud del mondo?
E poco importa se la luce di sua scelta sarà Omero o Topolino, Heidegger o Marilyn Manson, Omar Khayyam o Bin Laden. Perché limitare o impedire di conoscere e scegliere quando tutti possono vivere nell’abbondanza e nella scelta?
Perché gli autori devono vivere! Perché la cultura, la musica, il cinema, il software, non verrebbero fatti se chi li realizza non avesse la certezza di poterne ricavare un giusto profitto! La proprietà intellettuale e le sue varie manifestazioni ed evoluzioni (diritto d’autore, brevetti ecc.) sono una creazione recente della cultura occidentale ed industriale, le cui intenzioni erano, e rimangono lodevoli. Nel corpus legislativo degli Stati Uniti si parla, giustamente, di un bilanciamento tra le esigenze ed i diritti dell’autore e le esigenze ed i diritti della società nel suo complesso. Nell’800 un diritto esclusivo e non cedibile di sfruttamento per 15 anni dalla produzione dell’opera era il punto di equilibrio che la legge aveva individuato. Paradossalmente, l’evoluzione sempre più rapida della società , invece di abbreviare, ha mostruosamente allungato questo termine a 90 anni dalla morte dell’ultimo co-autore (mediamente 140 anni dalla produzione dell’opera) ed ha messo le opere dell’ingegno in balia dell’arbitrio assoluto di chi detiene i
cosiddetti “diritti di sfruttamento commerciale”, mai i meritevoli autori originali, ma molto spesso multinazionali specializzate, senz’altro impegnate per il bene dei propri azionisti, ma non necessariamente per la produzione della cultura o per il bene dell’umanità in generale.
Che dire? Non si tratta di manifestare simpatia per gli scambisti, nel senso peer-to-peer (P2P) ovviamente e disapprovazione per i colpi di coda di un dinosauro come la RIAA (Recording Industry Association of America, Associazione americana dei produttori discografici) che non si è ancora accorta di essere morta o perlomeno caduta in un coma profondo.
Mentre la politica italiana si affanna in incomprensibili dibattiti sulla crisi economica ‘strutturale’ o no, ignora del tutto che le leggi sulla proprietà intellettuale, senza rigide limitazioni legislative sulla durata e sulla trasferibilità dei diritti, hanno l’effetto di distruggere la cultura dell’umanità come la conosciamo oggi.
Si tratta di porre a noi stessi una domanda semplice – Da che parte stare, da quella della fame o da quella dell’abbondanza? Tutto qui.
Marco Calamari


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