Lo Zimbabwe in crisi
Cenni su una tragedia.
Lo Zimbawe si trova all’interno dell’area subtropicale dell’Africa australe, in una zona sottoposta fin dalla fine del XIX secolo al controllo della British South Africa Company di Cecil Rhodes, attirata soprattutto dai giacimenti minerari. Nel 1923 diventò ufficialmente colonia britannica con il nome di Rhodesia del Sud, ribattezzata Rhodesia nel 1964, quando la confinante Rhodesia del Nord accedette all’indipendenza con la denominazione di Zambia. Solamente nel 1980 il nome Zimbabwe (che richiama quello del sito archeologico dell’antica capitale di un regno bantu fiorito tra il XIII e il XVII secolo) fu ufficialmente assunto da questo Stato, anno in cui esso divenne effettivamente una Repubblica indipendente e multietnica, al termine di un processo di decolonizzazione particolarmente lungo e complicato.
Il territorio è delimitato a nord dalla valle dello Zambesi e a sud da quella del Limpopo: nessuno di questi due fiumi è navigabile, a causa dell’andamento morfoaltimetrico, e pertanto la via più breve di accesso al mare attraversa il Mozambico, dove fa capo al porto di Beira. Paesaggio dominante è quello dell’altopiano a savana, che beneficia di un clima relativamente temperato, pertanto immune dalle malattie tropicali (in particolare dalla tripanosomiasi), e dunque adatto all’allevamento, per lo meno in quelle parti dove l’umidità è sufficiente.
Se la Rhodesia del Nord ha fondato lo sviluppo economico sullo sfruttamento dei ricchissimi giacimenti minerari e sull’industrializzazione, la Rhodesia del Sud è stata invece teatro di una diffusa e intensa colonizzazione agricola. A partire dalla fine del XIX secolo gli Europei si impadronirono progressivamente della maggior parte delle terre, a tal punto che il governo di Londra dovette fissare limitazioni alle pretese dei coloni, per garantire agli Africani un certo numero di “riserve”.
Il potere coloniale istituzionalizzò una ripartizione territoriale che attribuiva agli Europei i terreni più
favorevoli (il 40 per cento della superficie agraria utilizzabile), mentre le terre meno fertili erano divise in riserve sfruttate comunitariamente dal 70 per cento della popolazione nera. Lo sviluppo della colonizzazione agricola procedette di pari passo con l’aumento del numero dei coloni, che raggiunse le 250 000 unità negli anni Sessanta. Mentre il processo di decolonizzazione degli Stati confinanti, Zambia e Malawi, si era già concluso nel 1964, il primo ministro rhodesiano Ian Smith, dichiarò unilateralmente l’indipendenza del Paese per difendere i privilegi dei coloni e mantenere un regime di apartheid simile a quello vigente nel Sudafrica, che escludeva dal diritto di voto la maggioranza nera. Il governo secessionista resistette per una decina d’anni all’embargo decretato dall’ONU e all’isolamento internazionale, potendo contare sul sostegno del Sudafrica. La sanguinosa lotta di liberazione condotta dai Neri, che accantonarono in quel periodo le divisioni tribali e politiche, giunse a una svolta dopo l’indipendenza del Mozambico (1975), che comportò la chiusura dell’accesso al mare tramite il corridoio di Beira e la possibilità per la guerriglia di disporre di efficaci basi arretrate, in un’area montuosa e coperta di boschi.
Nelle elezioni indette nel 1980 sotto il diretto controllo britannico la maggioranza assoluta fu ottenuta dal movimento Zimbabwe National African Union, e il nuovo Parlamento proclamò la Repubblica dello Zimbabwe, nella quale era assicurata ai coloni di razza bianca una rappresentanza di 20 seggi su 100 nell’Assemblea nazionale.
Uno dei primi atti del nuovo governo fu l’abolizione del latifondo, in mano ai white farmers, i coltivatori bianchi. Suc
cessivamente un ‘Land Acquisition Act’ (1986) espropriò milioni di ettari ai coloni bianchi, redistribuendoli a nuovi assegnatari neri non capaci di coltivare. Contemporaneamente, fu avviato un programma di rafforzamento della rete dei centri abitati nelle aree rurali, per fornire migliori servizi agli investimenti nel settore e bilanciare la crescita delle principali agglomerazioni urbane, specie della capitale Harare. A questo processo di sviluppo, apparentemente fisiologico e coerente con le traiettorie avviate in epoca coloniale, ha fatto brusco riscontro, nel 2000, l’improvvisa e violenta accelerazione impressa dal presidente Mugabe al programma di riforma agraria, con una serie di ulteriore di espropri delle proprietà di coloni bianchi. Dopo le elezioni svoltesi nel maggio di quell’anno, il governo ha annunciato che oltre tremila aziende sarebbero state confiscate senza rimborso e distribuite a ‘contadini senza terra’, in realtà ex militari agli ordini del Presidente: un provvedimento che ha messo definitivamente in ginocchio l’economia del Paese, già avviata da tempo verso una crisi molto grave. Il regime di Mugabe ha trasformato profondamente il Paese. La maggioranza della popolazione si dedicava all’attività agricola, importante soprattutto per le grandi piantagioni, in particolare di tabacco molto pregiato, del quale lo Zimbabwe era il principale esportatore africano. Rilevanti erano anche le colture del cotone, delle arachidi, della canna da zucchero e, in misura minore, del tè e del caffè.
All’agricoltura di sussistenza si dedicava l’assoluta maggioranza della popolazione rurale. Venivano coltivati
soprattutto cereali (mais), agrumi, frutta in genere. Ottime le risorse forestali (tek, mogano). L’allevamento era largamente praticato, per lo più bovino, ma anche caprino e ovino. Le principali risorse dello Zimbabwe erano però minerarie: l’oro, soprattutto, che era stata la ragione principale della massiccia invasione europea. Accanto all’oro si trovano la cromite, l’argento, l’amianto, il nichel, il rame. E poi carbone, minerali di ferro, fosfati. Lo sviluppo industriale del paese era in continua espansione: importanti i settori siderurgico, metallurgico, meccanico. Forti erano anche cementifici, gli stabilimenti chimici, le cartiere, una raffineria di petrolio presso Mutare, nonché varie attività legate alla trasformazione dei prodotti agricoli (zuccherifici, birrifici, oleifici, conservifici di carne, aziende lattiero-casearie, manifatture di tabacchi ecc.).
Negli ultimi otto anni l’intero tessuto economico del Paese è stato distrutto. Il ‘razzismo’ nero ha sostituito quello bianco e, dopo l’espulsione di tutti gli specialisti bianchi dal mercato produttivo e l’immssione con ruoli dirigenti di militanti di fiducia del presidente e del tutto incapaci di gestire l’economia, lo Zimbabwe è diventato uno dei Paesi più poveri del continente africano.
In una intervista a ‘Meltin Pot’, il Prof. Luigi Goglia, docente di Storia e istituzioni dell’Africa presso l’Università Roma Tre, nel dare un giudizio sui 28 anni di Mugabe, è chiaro: “Si è trattata di un’alba di speranze con una continuazione negativa, innanzitutto per il suo popolo. Dove agli errori si sono sommati gli orrori, consapevolmente. Dove hanno prevalso l’esercizio e la conservazione del potere ad ogni costo. Mugabe è un dittatore sanguinario e uno statista incapace di governare un Paese inserito economicamente nel contesto dell’Africa australe, con Paesi vicini amici come il Sudafrica (primo importatore n.d.r.), con una popolazione non conflittuale, con una partenza economica positiva per uno stato che era appena divenuto indipendente”.
Goglia, toccando il tema della situazione economica aggiunge. “Lo Zimbabwe prima aveva una rigogliosa agricoltura che portava non solo l’autosufficienza nazionale, ma anche l’esportazione di generi agricoli, di tabacco e di prodotti minerari. A questo si aggiungeva una grande affluenza turistica. Progressivamente tutto questo è crollato a causa di un problema economico e sociale che è stato visto e trattato esclusivamente come una questione politica: la conduzione della terra. E’ un problema che poteva essere risolto gradualmente, non in modo demagogico e violento. Invece, con l’espropriazione degli agrari bianchi, Mugabe ha distrutto la gallina dalle uova d’oro. E’ crollata la produzione agricola. Oggi c’è una povertà enorme che ha portato in questi anni circa 3 milioni e mezzo di persone ad emigrare in Sudafrica; i disoccupati sono l’80 per cento, c’è un’iper-inflazione e un’emergenza Hiv che è tra le più gravi dell’Africa”.


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